
Diciamolo, le paralimpiadi “dei differenti”, che sono in corso, rendono migliori, più giuste e democratiche le olimpiadi dei normodotati. In una sfida che non riguarda solo le performances degli abili, ma le capacità dei cosiddetti disabili a rendere misurate le discipline sportive, per farne teatro di gare oltre misura, quello a cui stiamo assistendo ha dello straordinario nell’ordinario.
L’ordinario sta nel fatto che dei campioni di vita quotidiana, si superano oltremisura nelle giornate delle sfide sportive, con un allenamento alla vita fornito dalla necessità e contingenza di dover rispondere alle proprie e plurime sventure, di importanza superiore alla loro preparazione atletica.
Sono differenti le persone atlete delle paralimpiadi da quelle delle olimpiadi. Sono differenti i loro modi di avere gli allenatori, perché di fatto hanno delle guide e degli accompagnatori; sono differenti i loro modi di affrontare gli spazi dello sport e la sfida delle condizioni naturali. Entrano in acqua per le gare di nuoto, con uguale concentrazione e convinzione, sia coloro che non hanno le gambe, sia coloro che non hanno le braccia, a riprova che battere i piedi e fare bracciate lunghe, può essere completamente sostituito con la forza di quella parte del corpo che finisce con la testa. Corrono su pista, parimenti, coloro che non vedono il traguardo e quelli che non sentono il passo, se non attraverso degli arnesi sostitutivi. Si abbassano visuali e bersagli per tirare con l’arco, si sente il peso dell’aria per scagliare il disco o il peso stesso, quando non si traguarda dove lanciarlo; si tira di fioretto e di spada ad altezza di seduta su carrozzina, con o senza braccia.
Le atlete e gli atleti delle paralimpiadi, compreso la nostra squadra calabrese, sono davvero persone uniche e non facilmente superabili. La loro sventura è la loro forza ogni giorno e anche a Tokyo, lo sport è a loro commisurato ma viene esso stesso da loro superato, da forze di animo e capacità “senza misura”.
La migliore lezione a chi, tra gli atleti, si sottopone ad una vita per diventare campione e a noi, che con le frasi tutte uguali, non aspettiamo che riconoscerci, riconoscendoli. Quelli “che non sembrano umani”, che “sono una potenza”, che sono “i giganti dei records di tutti i tempi”, possono apprendere da coloro che sono campioni, ogni giorno, nella vita. Coloro che differenti, abitano città e territori che pieni di barriere li rendono più sventurati di altri, mentre loro stessi detengono il record del miglior tempo possibile, quando gareggiano a armi pari, disarmati dal corpo ma non dalla loro mente. Alle loro gare arrivano tutti ugualmente sventurati, tutti ugualmente motivati, devono solo superarsi e dimostrare che si può fare. A fine gara dicono “grazie” ai sostenitori, a chi ha nutrito delle attese e alle famiglie, quelle che ogni giorno della vita hanno concesso loro che si potesse superare un gradino più alto, un parcheggio occupato, una barriera fisica o mentale, che può rimanere tale anche quando sei la campionessa di triathlon. Mentre diversamente a un campione abile, aumentano gli accessi agevolati.
Nella società delle performances, le attitudini e l’abnegazione nei corpi dei differenti superano l’abilità fisica e restituiscono menti sane, molto più che nei casi di atleti con tutti i muscoli al posto giusto o quasi. Nel dibattito della difesa delle differenze solo se ideologicamente riconoscibili, la diversità della disabilità quasi mai fa politica, conflitto e pensiero, se non necessita di una legge riparatrice, una chiamata alle pari opportunità, una condizione di manifesta magnanimità.
Alle paralimpiadi, che sarebbe bello anticipassero le olimpiadi in qualche tempo futuro, gli atleti e le atlete e la loro voglia di vita vengono prima di qualsiasi altra attenzione e distrazione, operata dai loro simili, la specie umana. Lo sport giusto e onorato da queste straordinarie persone che ci mostrano “cosa sia la democrazia della misura e della contromisura”, diventa la sfida a cui prepararsi non per la prossima gara, ma per il prossimo giorno. Alcuni tornano a casa campioni in gara, altri persone sotto scasso per la prossima sfida.
Dobbiamo dire grazie a chi fa in modo che questo impegno continui, dobbiamo abbracciare Anna Barbaro, che bacia il suo argento gridando “occorre reagire e si rivolge al paese e ai calabresi”, dobbiamo dire grazie a Enza Petrilli, a Raffaella Battaglia, tutte le nostre donne a Tokyo, sono le migliori che ci potessero rappresentare in un paese dalle dispari opportunità. Dobbiamo dire grazie e sostenere questo impegno sportivo. Umanamente dobbiamo sentirci impegnati, fortunati e gratificati quando da normodotati o quasi, vicini e partecipanti a queste “sventure”, possiamo dirci migliori e ogni giorno dare il giusto peso alle vicende della vita, piene di piste senza selciato, di piscine senza acqua, di archi spuntati, di pesi troppo gravosi e di traguardi oscurati. Se fossimo differenti, attenti e presenti alle ore, come lo sono loro, sapremmo certamente come farcela senza sfigurare.
*docente universitaria