
Come sia possibile avere nello stesso paese atteggiamenti, convinzioni e comportamenti così asimmetrici, fra loro contrastanti se non addirittura confliggenti, così come ogni giorno di più si sta verificando nelle nostre piazze, è materia di indagine e di riflessione urgente.
Primari minacciati fisicamente, cronisti aggrediti, classi dirigenti sistematicamente delegittimate sono solo l’ultimo grano di un rosario che si sta snocciolando sotto i nostri occhi da quando è scoppiata la pandemia, ma in verità il processo divaricante, intollerante, guerresco ha avuto inizio ben prima: solo, ora si è amplificato a dismisura, nella paura, fra negazionismi e no, novax e sivax, su cui soffia forte e irresponsabile la strumentalizzazione partitico-politica.
E non solo in Italia: il populismo, quali che siano i termini con cui lo si voglia definire o declinare, l’ascesa al potere di personaggi di rozzezza incalcolabile istigatori alla separatezza, all’odio, al primato etnico e di classe, le politiche che si sono rapidamente affermate in fatto di divaricazioni ed esclusioni datano da anni in un crescendo sempre più allarmante.
Se si può con ragionevole tasso di attendibilità affermare che alla base di questo nostro mondo del nuovo ventennio ci sia il binomio paura-declino della politica, non altrettanto scontate risultano analisi fra il frettoloso e l’ideologico che vorrebbero i ceti meno dotati economicamente e ancor meno attrezzati culturalmente all’origine di tale sconvolgimento, tanto da esserne il fuoco, il nocciolo duro.
Da studi effettuati su campioni adeguatamente rappresentativi della realtà in diversi paesi occidentali, il dato prevalente sembra essere piuttosto quello peraltro già ipotizzato se non assunto da attenti osservatori nazionali. Quello per cui il motore e l’attore principale risulterebbe il ventre molle della borghesia medio alta professionale, commerciale, impiegatizia sempre più minacciata da novità derivanti da instabilità crescenti, fenomeni incontrollabili di globalizzazione, attentati a status quo creduti inattaccabili, e, se non bastasse, con un accessorio forse addirittura più deflagrante. Il rendersi conto, cioè, magari inconsciamente, che i progressi nella scala del successo sono sempre più difficili, che il collega o l’amico ha ottenuto di più pur meritando di meno, che la curva, insomma, non cresce più.
Da qui una serie di reazioni che sfociano con incredibile facilità nell’invidia, l’odio, la prevaricazione: anticamera cioè dell’atomizzazione guerreggiante nel corpo sociale, nel balbettio dei decisori politici, essi stessi additati come i principali se non esclusivi responsabili dei mali in cui l’umanità è incorsa. Sembrerebbe essere giunti a un punto della parabola per cui pur restando in equilibrio, ovviamente precario, occorre agire perché non si scenda giù precipitosamente, lungo un ramo o l’altro della curva poco importa.
Nietzsche l’aveva detto: Un popolo non lo conservi unito se badi al benessere economico, quel che serve è un valore unificante, forte e condiviso.