
di MARA RECHICHI - Il 25 novembre, è la Giornata Internazionale contro la violenza sulle donne. L’ha detto l’ONU. E ha detto che il colore di quest’anno è l’arancione, ché tanto ancora c’è da lottare nelle diverse parti del mondo contro quel mostro. In Italia, per domani, è stato proclamato “Lo sciopero delle donne”, come azione forte per contrastare il femminicidio, un’azione civile che parte dal basso e cerca di scuotere la politica e
le coscienze, “che vuole trasformare la società per tutte e tutti, restituire il diritto alla felicità che tutte ci meritiamo”.
Per aderire allo sciopero, bisognerà fermarsi e astenersi da qualsiasi attività (“Interrompere il più possibile le nostre numerose attività quotidiane, che non sono solo quelle che svolgiamo nei luoghi di lavoro tradizionali, ma anche le attività di assistenza e di cura”) per più tempo possibile, indossare qualcosa di rosso, non di arancione, esporre a finestre e balconi un drappo rosso (“colore della forza e della protesta”), non arancione.
Abbiamo fatto il localismo col colore. Ed il localismo sarà presente anche nel significato da dare allo sciopero. Nella pagina Facebook dello Sciopero delle Donne a Reggio Calabra, per esempio,si legge: Vogliamo che la cultura della ‘ndrangheta che zittisce ammazzando le donne ribelli possa essere sconfitta attraverso azioni che portino al cambiamento culturale e sociale. Vogliamo che i responsabili dell’avvelenamento della nostra terra che ci sta uccidendo rispondano dei loro crimini e che il territorio venga messo in sicurezza (NO CENTRALE CARBONE, NO RIGASSIFICATORE, NO INCENERITORE). ( https://www.facebook.com/events/699747816703343/703623016315823/?notif_t=plan_mall_activity )
Il virgolettato che avete letto qui sopra viene dal sito nazionale www.loscioperodelledonne.it , dove si legge anche :
“Abbiamo chiesto a tutte le donne di scioperare: madri, sorelle, figlie, nonne, zie, compagne, amanti, mogli, operaie, commesse, maestre, infermiere, badanti, dirigenti, fornaie, dottoresse, farmaciste, studentesse, professoresse, ministre, contadine, sindacaliste, impiegate, scrittrici, attrici, giornaliste, registe, precarie, artiste, atlete, disoccupate, politiche, funzionarie, fisioterapiste, babysitter, veline, parlamentari, prostitute, autiste, cameriere, avvocate, segretarie e via dicendo.
Perché siamo tutte coinvolte e solo facendo sentire il peso della nostra assenza daremo un segnale chiaro alla società… Sciopero delle donne significa anche che gli uomini dovranno farsi carico almeno quel giorno, il 25 novembre, di tutto quello che normalmente fanno le donne.”
Va bene. Il 25, quindi, avremo un bel da fare, noi donne. Cerco di immaginare come sarà la mia giornata. Sottolineo le parole che mi riguardano: madri, sorelle, figlie, zie, mogli, maestre, precarie.
Domattina mi sveglierò, metterò il colore rosso come foto del mio profilo Facebook e poi preparerò la colazione solo per me. Gli altri di famiglia, che si arrangino! E così sarà per pranzo e cena e per tutti i lavori casalinghi. Che capiscano cosa significa non avere la madre e la moglie! Aprirò la finestra e appenderò il drappo rosso (magari lo taglio dalla bandiera dell’Italia, ce n’è sempre una in casa): i vicini penseranno che preparo le decorazioni natalizie, oppure che auspico un ritorno del comunismo (perché è stato scelto il rosso?): chissenefrega! Poi aprirò l’armadio e indosserò il mio maglione rosso, o forse no, fa freddo e resterebbe coperto dal cappotto. Metterò le calze rosse, ché si vedono di più. E andrò al lavoro. E mentre percorrerò la strada, tutti guarderanno le mie calze rosse sotto il cappotto verde e penseranno: ma come ti vesti??? A scuola mi asterrò dal far lezione, e se i miei alunni mi chiederanno felici: maestra, non facciamo matematica, né scienze?, io gli risponderò che no, perché anche loro devono capire cosa significa non avere la maestra, e non avere la precaria, ecco! Passerà tutto il giorno e non telefonerò a mia madre, a mia sorella, ai miei nipoti, ai cognati, agli zii (le nipoti non sono in elenco però): anche loro devono capire, tutti! E a sera, quanto i tg faranno il resoconto della giornata, di quante hanno aderito e come, di quanti uomini hanno dovuto sostituire le donne in questo giorno, mi sentirò parte di quell’esercito di scioperanti e potrò dire: anch’io! Anch’io per un giorno avrò inflitto una sorta di punizione cosmica ai miei: figli, marito, madre, sorella, nipoti, zii, alunni, colleghi. Questo avrò fatto. Non altro.
E allora no, scusate, ma non ci sto. Non credo dobbiamo essere noi donne a scioperare, a manifestare, lo abbiamo già fatto altre volte. Lo avevamo fatto già il 13 febbraio del 2011, cambiava il colore, era rosa; cambiava lo slogan, era SeNonOraQuando?; ma la sostanza non cambia. E’ tempo, piuttosto, che siano gli stessi uomini a fare qualcosa, sono loro che devono parlare agli uomini, a quegli uomini.
Allora il rosso sia per voi, uomini. Prendetela voi e vestite il vostro profilo di rosso, e vestitevi voi, di rosso, domani.
Ditelo voi agli altri uomini, a quegli uomini!
Io NON lo farò.
NON vestirò di rosso il mio profilo.
NON mi vestirò di rosso.
NON appenderò alla finestra il drappo rosso.
NON andrò a chiudermi in una sala a vedere e sentire "violenza".
NON sciopererò. Resterò al mio posto come sempre.
Tocca a voi, uomini!