
di MARIA FRANCO - Trentanni fa e passa, sui treni che scendevano in Calabria, in quei primi giorni d’inverno carichi d’attesa natalizia, c’erano un bel po’ di anziani signori con i pantaloni quadrettati e, magari, un anello con pietra al dito, con mogli dalle caviglie ingrossate e, al collo, una catenina piuttosto massiccia.
Emigrati in America, in Canada, arrivati a Roma in aereo e che proseguivano verso sud riempiendo il treno di valigie che, si immaginava, carichi di meraviglia per i parenti.
Ventanni fa e passa, c’erano famigliole, torinesi di domicilio ma di ancora indimenticati accenti aspromontani, con figli piccoli che continuavano a chiedere: “La prossima è la stazione nostra?” e i genitori a zittirli riempiendogli la bocca di cibarie.
Da qualche anno, appena il treno lascia la Campania ed entra in Lucania, l’aria di Calabria si diffonde, immediata, attraverso i cellulari.
Ed è, soprattutto, una frase che si ripete: “Papà, siamo a venti minuti dalla stazione… Papà siamo un po’ in ritardo, non uscire ancora… Sì, papà ci vediamo tra poco…”. E’ la festa – voluta? dovuta? – del momentaneo ritorno a casa delle centinaia di studentesse che frequentano una qualche università del Centro-Nord e delle decine di donne che, sono riuscite, in qualche modo, a trovare lavoro. Qualcuna con a lato un marito, un fidanzato, un compagno, molte sole.
Te le immagini libere più di ogni loro ava, passata e recente, determinate a non arrendersi rispetto ai loro sogni, forti oltre ogni fragilità. E sembra di cogliere che, in fondo, quel padre e quella madre che, al momento scompare perché nella circostanza sarà il padre a guidare la macchina dalla stazione a casa, ne sorreggano lo sforzo.
Sarà perché quella telefonata: “Papà, siamo arrivati a Paola… siamo in orario… quindi…” non mi appartiene (prima per mancanza del cellulare poi perché il tempo si porta via le persone), ma quelle due sillabe, pronunciate, qui, sul treno del ritorno, in decine di vibrazioni, sono la cantata più intima del mio Natale.
Tanti auguri, Calabria. A chi c’è sempre. A chi non può o non vuole esserci. E a chi, ogni volta, ritorna.