Radiografia magnogreca mezza inventata

Radiografia magnogreca mezza inventata

bova

di MAURIZIO MARINO - 

 La sera era scesa indolente e fredda, come una rasoiata di nero sui resti fumanti del giorno. Gli uomini, i loro corpi folti di peluria scacciafreddo, rientravano a casa ripetendo a memoria un gesto antico: di quando quelli di prima rientravano al villaggio dopo l'agguato teso a qualche bisonte, e le spade conficcate ai fianchi dell'animale l’avevano reso una giostra impazzita, una spaventosa carnevalata, l'obbrobrio che tuttavia sarebbe divenuto leccornìa.

 La sera era scesa indolente e fredda. I megafoni aperti sull'inferno sprofondavano suoni di metallo e l'arsura andava e veniva nella notte senza tempo e il tempo era un cimelio buono da spolverare prima di riporlo nelle sere borghesi e lucide come le custodie degli ominicchi di Sciascia. L'utopia era l'unico metro per misurare il futuro del reale. Tutto era fermo e i paesini fantasmi erano un corteo verso la loro epifania.

Condofuri, la tirannia del bianco. La spuma meno maestosa del mare di Gibran. O forse solo meno esotica. A Palizzi la schiera di nubi sopravanzava e la schiena del cielo si fondeva con la pancia del mar Ionio all'orizzonte. Gli alieni si godevano la scena. Il dondolo perenne se li cullava mentre la scema del villaggio girava ignuda per Bova marina e i capricci delle onde erano i puffini che per sbaglio dall'Adriatico di Pascoli s’erano riversati nel mare magnogreco. Gli albatri facevano a pugni coi sogni dei poeti. Le case erano cumuli di evoluzione. I camini spenti erano l'invidia dell'ominide. Le macchine sfrecciavano sul ricordo di antilopi svolazzanti come foulards. I lavoratori il mastice tra gli schiavi egizi schiacciati dai massi caduti dalla piramide e la libertà. Sul corso c'era sempre quel tale, solo, urtante, quello vicino al Duomo, con le dita delle mani gonfie, che si avvicinava come per toccarti, e tu non sapevi mai dove scappare o come dire mi dispiace, tanto lui era lì che insisteva, e quando eri già in macchina ti bussava al finestrino, non voleva nemmeno soldi, ma scusarsi con noi tutti, noi perfetti.

I monti della Sicilia da Scilla, alle cinque e mezza della sera, erano una millefoglie sparsa per strada da una qualche angelica figura assopita, forse stanca di contemplare la calma edenica che barcollava ubriaca per tutto lo Stretto. Gli sbuffi del leviatano bianco sulla pozzanghera di mare erano cessati. Bizzeffe di nuvole bianche sostavano su corridoi di ossigeno, passamano per scale di elio a sfidare rimasugli di attrito: bianche, a bizzeffe, le amanti assonnate si posavano su quella terra ispida, su quella terra rugosa: solchi profondi migliaia di burroni si intestardivano a cercare la tregua infuocata degli inferi: lì, due fontane, Lete e Mnemosine, una per dimenticare, l’altra per ricordare.

Coni d'ombre gotiche come guglie nordiche s'arrampicavano nell'aria silente, scillese. L'adolescenza era privazione della dolescenza. Assenza aprioristica della patìa ortodossa dell'adulto. Una sospensione del tempo umano, un limbo scavato tra le risate senza ganasce e l'accrescimento della parola io per soffocare sul nascere il gendarme del dolore. Scoprire l'evidenza di una inferiorità era escogitarsi uomo. Nel refrain per inferni mistici il telescopio di un acaro avvistava pianeti nuovi e buchi neri e galassie e vie lattee: una testa si girava sul cuscino! Essere sognatori non significava essere addormentati. Infine lo Ionio aveva sputato la sua alba, nocciolo bollente e zaffata di speranza. Le competenze non erano ancora l'alibi dell'umano, troppo umano, mentre se ne va sicuro, agli altri ed a se stesso amico, con la sua scacciacani per spaventare il pensierino libero. La noia ci scioglieva, ma noi eravamo clown, Al posto della scuola volevamo trampolini elastici e guerre di bergamotti, e il dolore spariva come “il pennacchio di fumo d’una nave all’orizzonte” di Comfortably numb.