Mimmo Gangemi: Ho torto, eppure ho ragione

Mimmo Gangemi: Ho torto, eppure ho ragione

cassano allo joniodi MIMMO GANGEMI -


Sia chiaro: ha ragione Maria Franco – tra l’altro, la stimo moltissimo e le voglio bene.

Però…Ho vissuto la strada e ho vissuto i bar – ah, i lunghi pomeriggi al bar, le chiacchiere, le prese in giro, le partite a Calabresella o a Tresette a perdere, quando migliori erano i miei giorni, per gli anni che sprizzavano immortalità, sembrava che la gioventù non dovesse finire mai. Ho vissuto in mezzo alla gente, con la gente. Appartengo al popolo. Mi hanno arricchito la strada, i bar, che fossi popolo. Sono stati la mia palestra, hanno modellato il mio animo, hanno affinato la sensibilità e l’istinto del narratore – per come lo intendo io: un cantastorie che sa trasformare in lingua scritta la parola, che attinge dalla tradizione orale, dai racconti dei vecchi attorno al braciere, degli operai in pausa dal duro lavoro nel frantoio, che s’è forgiato nella piazza, nelle lunghe ore oziose nei bar, nelle panchine del Corso, che ha attinto dagli occhi, capaci di cogliere frustoli negati ai più. Ho incamerato sensazioni, idee, emozioni, pensieri, anche sanguigni, conservati intatti dentro e che sono emersi quando m’è esplosa la scintilla della scrittura. Mi guidano l’istinto, la passione. Rinnegherei me stesso se separassi da questi il mio scrivere, se esso diventasse troppo ragionato, se lo ingabbiassi a favore del calcolo di non urtare sensibilità, Costruirei più che narrare. Non sarei più Mimmo Gangemi. E allora, bisogna accettare – sopportare? – certe espressioni colorite e forti che appartengono al mio vissuto.

Detto questo, ripeto che ha ragione Maria Franco. Lo sottoscrivo, ci metto un timbro con la ceralacca calda. E tuttavia rivendico il diritto di poter sbagliare e, sbagliando, di continuare a essere me stesso, quello del bar, della piazza, del popolo.

Mentre sto dando ragione a Maria, mi giunge la terribile notizia dei tre morti trovati carbonizzati a Cassano, tra loro un bambino di tre anni.

Allora rifletto sugli sforzi, miei e di tanti, per difendere questa terra: che non è brutta come la descrivono e la si vuole a ogni costo, che non ci vive un’accozzaglia di selvaggi – ce n’è, ma sono una sparuta minoranza – che non è un continuo alternarsi di campi minati e di altre trappole mortali, che non è vero che la civiltà è un lontano ricordo, che io ho scelto di vivere qui per le tante positività che mettono in ombra le brutture, la ’ndrangheta su tutte. E rifletto su tutte le volte in cui ho sbattuto il muso contro grinze incredule, talvolta di compatimento, di chi mi ascoltava e aveva delle idee preconcette, solidificate e che non intendeva mutare. Su questi pensieri, si fanno di nuovo largo l’istinto e la passione.

E mi viene da dirmi che siamo invece indifendibili, che hanno ragione gli altri. Però, siccome la lezione di Maria è fresca fresca, mi concedo un’una tantum e cambio rotta. E ritratto, sia l’indifendibile sia che hanno ragione gli altri. Ma non mi sento d’impedire al pensiero che mi sorge dall’animo di diventare parole: i colpevoli di quest’atroce crimine di Cassano marciscano in galera e si butti via la chiave.