Se, di questi posti disperati, si potesse fare un giardino fiorito

Se, di questi posti disperati, si potesse fare un giardino fiorito
foto di Salvatore Minervino
di MAURO FRANCESCO MINERVINO -
Ogni volta che incontro un luogo abbandonato, un ritaglio di terra impolverato tra i cascami della speculazione e i rottami del nostro mondo, certi avanzi di terreno che non sono più campagna e non ancora tombe di cemento e asfalto, immagino la vita di prima. Un contadino che zappa, una ragazza che in un mattino antico di primavera sceglie i boccioli più freschi e profumati per innastrarsi i capelli. I germogli fioriti e i frutti succosi di un antico lavoro umano che pur a costo di dure fatiche rallegravano gli occhi, lo stomaco e il cuore. O semplicemente lì c'era solo un paradiso di rovi, di rampicanti, la sodaglia fiorita, viluppi di fiori senza nome. I fiori di campo a maggio, i fiori più belli. Gli unici che mi piaccia raccogliere e regalare a chi amo.
 
Penso ai verzieri, agli orti, alle ficare, alle vigne di uva fragola, ai gelseti bianchi e neri, agli alberi di nespole, ai fichi d'india, alle piante selvatiche di melagrane, di sorbe, di pere spada, alle piante d'arancio maltese e di cerase bianche, ai giardini profumati di una volta; a tutti questi frutti rubati e ai baci che rubavo con la frutta di questi giardini delle delizie. L’altro me vissuto in mezzo a questi minimi tropici dove ogni incontro era la promessa più dolce. Asili di letizia che fino a pochi anni fa crescevano anche fra le case, nei dintorni della vecchia Paola, fuori porta, dopo le ultime curve delle vecchie provinciali dei paesi e delle frazioni di campagna.
 
Strade senza affanni che ho fatto in tempo a conoscere da bambino, e poi ancora da ragazzo, che poi ho rifatto trasognato e perso nelle zingarate in automobile nei lunghi pomeriggi da giovane uomo innamorato. Lì dove ora cresce solo il cemento e l'asfalto. Ovunque. E penso che adesso mi piacerebbe poter essere un angelo dell'apocalisse, la furia della natura, la mano di Dio.
 
Vorrei poter cancellare dalla faccia di queste terre soffocate ogni cosa brutta e abusiva, per riportare con un acquazzone di mezz’agosto la vita delle formiche e dei rospi tra le colate di cemento e gli asini mansueti sulle corsie inferme d’asfalto urlante di traffico. Vorrei sterminare la folla dei pilastri, le siepi di muri accecati, i grovigli di ferri arrugginiti. Una sovrana follia, un vento che possa spazzare via i cumuli degli scheletri micragnosi delle villette non finite e la pletora dei pretenziosi condomini privati piantati abusivamente come coltelli di macellaio nel cuore di ogni luogo abitato da chi accecato dalla mania di chiudere quattro mura vive da miscredente in questo spicchio immemore e oberato di Sud.
 
E lì dove cresce l'infezione del cemento invece sarebbe bello dissodare e di nuovo piantare la pazienza delle lattughe, dei cetrioli, la forza dei carrubi, la tenera perseveranza delle fave e dei lupini, lasciare che vi crescano sterpi e cardi, i cespugli di inula e le ginestre, i nidi di lucertole e le famiglie di topiragno. E sopra solo un cielo di farfalle e cardellini, e in terra solo la messe dei fiori belli per un solo momento. Prati squisiti per farci l'amore, per rotolare sul tappeto fiorito della sulla insanguinata dal sole di giugno, il genio terrestre che aiuta cercare riparo tra un bosco di uliveti d'argento, perfetti per aspettare nudi sotto le loro chiome afose la luna piena delle notti d'agosto.
 
Ecco, fare di questi posti disperati un giardino fiorito sarebbe come mutare l'essenza concreta e dura dei mucchi selvaggi di cemento e asfalto che affogano la terra e il cielo, tutto trasmutato dall'alchimia del desiderio in un caldo letame soffice, un letto d'amore primitivo. E così di nuovo lasciare che vi cresca un luogo buono, concimato di bellezza e di lacrime, di sperma, di sospiri e di sangue, di bei pensieri, di parole innamorate dai sogni che non sappiamo più fare.
 
L’eden che manca per ripensare le nostre piccole vite. Un paesaggio riciclato in un luogo poetico e politico prima ancora che estetico, un luogo che sta dentro a un'ansa segreta del cuore e non dentro un calcolo di guadagno, quindi fuori dai pretesti dell'umano e dai bisogni oscuri del divino. Qui fare un giardino così significa non solo lavorare la terra, ma ripulire con la lingua, riaprire un grembo d'amore fecondo ma irrimediabilmente chiuso. Sogno terre libere e senza recinti, senza ingombri, in cui piluccare sotto una pergola i frutti profumanti di una bocca innamorata, penetrare un ventre caldo in cui morire col corpo ancora vivo e desiderante.
 
Poi mi risveglio da questi pensieri oziosi con lo schiaffo di una frenata brusca che mi riporta a correre su una strada trafficata e rumorosa. Una strada frequentata da caos e dal pericolo a cui nessuno fa più caso. Una strade tra le case. Un luogo abitato che mi sembra il girone più drammatico e tetro di questa terra guasta e senza umori. Un luogo in cui la forza della vita e quella della morte si danno ogni giorno appuntamento per farsi la guerra. Una battaglia cupa e senza amore. E io sono lì che vorrei mettere pace.