
di FRANCESCA RAPPOCCIO
Solo donne di Calabria, non eroine. Donne che hanno avuto e sentito il coraggio di ribellarsi.
Solo madri e figlie che hanno difeso la propria storia personale intrecciata con il veleno di questa terra: la ‘Ndrangheta.
Quello a cui abbiamo assistito ieri a Trame Solidali è stato un incontro coinvolgente ed emozionante che ha visto protagoniste Deborah Cartisano, figlia di Lollò Cartisano, fotografo di Bovalino sequestrato il 22 luglio del 1993 (il cui corpo è stato rinvenuto nel 2003 tramite una lettera anonima di un carceriere) e Liliana Espostito Carbone, madre di Massimiliano, giovane trentenne locrese ucciso il 24 settembre 2004 mentre ritornava da una partita di calcetto.
Questo confronto nasce dalla riflessione del libro di Giuseppe Trimarchi “La Calabria ribelle. Storia di ordinaria resistenza”ed. Città del Sole, in cui fa emergere la grande contraddizione della gente perbene, che urla slogan e parole antimafia ma si rivela ipocrita e contigua ogni qual volta ciascuno di noi chiede un favore per un diritto.
Egli si scaglia contro il “Circo dell’antimafia”, nato il giorno dopo l’assassinio di Francesco Fortugno e della strage di Duisburg, in cui l’Aspromonte è stato sotto i riflettori generando i professionisti dell’antimafia. Del resto, le chiacchiere distraggono e favoriscono l’affermarsi di una politica affaristica e contigua.
Nel suo libro ha deciso di raccontare storie di antimafia vera, perché quella reale si nutre di coerenza con ciò che si fa e con quello che si decide di essere, quando la vita ti mette davanti ad una scelta.
Le due donne, dalla storia personale diversa, sono accomunate dalla stessa forza e caparbietà nel raccontare la propria forma di “ri-esistenza” alla ‘Ndrangheta, ordinaria, semplice e quotidiana.
Deborah ricorda gli anni in cui la costa ionica era divenuta la capitale dei sequestri (ben 18), e suo padre si era ribellato al racket, denunciando quelli che gli chiedevano il pizzo.
Non esistevano associazioni antimafia all’epoca, non c’era un movimento di opinione pubblica, no. Ma suo padre, Lollò Cartisano, credeva nelle Istituzioni. Con accorata emozione, racconta quando a 12 anni le spiegava la differenza del bene e male proprio in quei luoghi, la montagna Pietra Cappa divenuta poi luogo di sepoltura. Eppure la Mafia esige funerali di rispetto, mentre loro non gli hanno fornito alcuna notizia per ben dieci anni. Per ciò ogni anniversario si ripercorrono i sentieri della memoria fino alla lapide su cui ciascuno poggia una pietra con impresso un fiore, simbolo di rinascita.
E mentre gli anni trascorrevano in preda alla speranza e allo sconforto, le finestre dei compaesani rimanevano chiuse.
In un tempo in cui tutti decidono di abbandonare questa terra, Deborah ha compiuto la scelta opposta. Ha deciso di tornare a casa con marito e figlia a dimostrazione che questa realtà non è del tutto sconfitta e che, insieme, il dolore è più sopportabile. Oggi si impegna nel Centro Don Milani a Bovalino, di minori a rischio, anche di mafia.
L’altra donna ribelle, la signora Liliana Espostito Carbone, non può dire conclusa la sua battaglia di resistenza. Lo fa in nome del nipote, figlio di Massimiliano, ucciso perché aveva “infastidito” una donna sposata. Nonostante abbiano cercato di definire il suo un omicidio passionale, lei ha le idee chiare su come siano andati realmente i fatti.
Maestra in pensione, donna dall’ intelligenza viva, dotata di sarcasmo amaro ha sempre ricercato la bellezza e i suoi alunni sono stati la sua forza.
Con ostinazione ricerca la Giustizia, e non teme di denunciare le falle del sistema giudiziario, i rilievi poco tempestivi dei Ris, l’archiviazione della denuncia, all’aggressione subita al cimitero per farla tacere e desistere dal suo obiettivo. Nulla la può fermare.
Lo fa per quel nipote, sangue del suo sangue, di cui il figlio in punta di morte le chiese di occuparsi.
Scaccia la definizione di “Mamma coraggio” e il parallelismo con Angela Casella (il figlio Cesare era stato rapito nell’estate 1989), giacché forniva un’immagine troppo esibita, in balia delle passerelle, delle fanfare e delle strisce tricolori.
Il dolore, la commiserazione non è ciò che cerca, ma la condivisione della storia di Massimiliano, che con forza fa conoscere a chiunque ha la fortuna di ascoltarla.
È un fiume straripante Liliana, utilizza la forza delle parole per parlarci di Massimiliano e farci conoscere la sua vita, il suo carattere, e la sua moralità. Sì, perché Massimiliano era un ragazzo retto che ha dato importanza al suo ruolo di padre e ha combattuto per avere il legittimo riconoscimento.
Liliana parla per lui e cerca Giustizia per lui, anche se per il momento appare Bendata.
Ricordiamo, infatti, che ancora oggi non si conoscono i nomi dei mandanti e degli esecutori del delitto.
Liliana e Deborah ci ricordano che la vera forma di resistenza è un impegno quotidiano, personale e collettivo.
Non sono gli slogan a fare la differenza, ma la rettitudine dei valori.