di AURELIA ARITO -
Stagisti in eterno, lavoratori interinali, pastori sardi con partita Iva, operatori di call center. Una generazione anonima, senza futuro, imbrigliata nelle maglie della precarietà lavorativa e di vita, privata del senso di appartenenza, impossibilitata a collocarsi in una posizione di senso.
E' una generazione dai confini ampi quella portata in scena da Federica Fracassi (con la regia di Renzo Martinelli) nello spettacolo “Mi chiamo Roberta, ho 40 anni e guadagno 250 € al mese”. Il testo è ispirato all'omonimo libro di Aldo Nove, uscito nel 2006 per Einaudi, a metà strada tra giornalismo d'inchiesta e narrazione, che ha raccontato con 14 interviste in giro per l'Italia (pubblicate sul quotidiano Liberazione tra il 2004 e il 2005) il fallimento di un'intera generazione di lavoratori a tempo.
Sul palcoscenico cinque sedie, cinque soprabiti appesi e cinque paia di scarpe per una sola interprete, Federica Fracassi e un musicista-attore, Guido Baldoni, che domenica sera al Teatro Zanotti Bianco hanno vestito i panni di personaggi diversi, dando voce ad una moltitudine di storie, tutte ugualmente urgenti e comuni. Le storie dei lavoratori precari, degli altri, vicini e lontani, che in fondo sono anche le nostre storie, le nostre vite. Quelle di chi sogna un paradiso piccolo che non vola. Quelle di chi non ce la fa ad arrivare a fine mese e che i conti è costretto a farli con se stesso, oltre che in tasca. Sempre che trovi il tempo di farlo tra un lavoretto e un altro.
Uno spaccato di precarietà: c'è la creativa milanese che vive di progetti, public relations e aperitivi, si sente parte di un ingranaggio che però, in un modo o in un altro, non funziona mai; c'è il pastore sardo proprietario della materia prima, il latte, ridotto a schiavo in una terra trasformata in villaggio turistico; c'è Roberta che si interroga sulla possibilità di avere un figlio e si sente una bambina irrisolta di quarant'anni; c'è Maria Giovanna, donna giovane e di bell'aspetto che scopre cosa sia un'agenzia interinale e che dopo una serie di esperienze fallimentari aiuta la madre nei lavori domestici; c'è un padre stretto nella morsa del tempo, impegnato a sbarcare il lunario saltando da un lavoro all'altro nella stessa giornata e per il quale lo stress diviene condizione esistenziale unica.
L'interpretazione di Federica Fracassi, premio UBU nel 2011, è potente, capace di alternare la durezza della rivendicazione sociale e lavorativa al risvolto umoristico e paradossale dei personaggi interpretati. Uno spettacolo senza protagonisti, ma solo comparse, ignorati dai poteri forti per venire esclusi. Sebbene non si approfondiscano i tratti identitari e caratteristici dei personaggi e la complessità del tema, lo spettacolo offre spunti e momenti di riflessione. La Fracassi interroga il suo pubblico interrompendo il racconto. “Siamo un gruppo di autocoscienza anni '70” dice prima di chiedere: quanti precari in sala? Quanti disoccupati?.
Allo Zanotti Bianco in pochi alzano la mano. Reggio sarà forse il paradiso dei lavoratori a tempo indeterminato? Forse la risposta è da ricercarsi nell'età media dell'uditorio, piuttosto alta. E se cercare un lavoro si può considerare un lavoro, chissà se i giovani non avranno risposto all'appello perché impegnati a mandare curricula, anche di domenica sera.