RECENSIONE Grillo in parole povere di Toni Jop

RECENSIONE Grillo in parole povere di Toni Jop

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di PAOLO SOLDINI -

Capita, e qualche volta si legge pure sui giornali: un tale si beve un'aranciata e solo dopo che l'ha bevuta si accorge che nella bottiglia c'era un topo morto, o un rospo, o uno scarafaggio o qualcosa di altrettanto ripugnante. Si può immaginare allora (ma questo sui giornali non c'è) che prima, bevendo, avesse percepito che in quell'aranciata qualcosa di strano ci fosse. Un saporino, un'ombra, un'idea: non abbastanza però per smettere di bere e buttare la bottiglia.

Capitò a casa di Toni Jop, parecchi mesi fa. Si parlava di Grillo e di grillini. Lui aprì il computer e ci fece leggere un commento comparso sul blog più letto d'Italia. Il tono era violento quanto quello dei commenti che potete leggere sulla controcopertina di «Grillo in parole povere» (ed. Città del Sole, 350 pagine, 15 euro), pieni di punti esclamativi e tormentati dagli errori di ortografia, ma in più c'era una esplicita professione di antisemitismo: se Jop ce l'ha tanto con il Movimento è perché è uno «sporco ebreo». La cosa mi colpì molto e non per l'esondazione antisemita (siamo tutti, ahinoi, abituati a ben altro), ma perché mi appariva come una sgradevolissima incongruenza.

I Cinquestelle avevano appena avuto il loro boom elettorale e muovevano i primi passi in Parlamento. Come molti altri bravi italiani di sinistra galleggiavo nell'ingenuo luogo comune che li voleva se non proprio «compagni che sbagliano» quanto meno volenterosi carnefici della cattiva politica in nome dell'antipolitica predicata da un politico furbo e da un guru inquietante. Bravi ragazzi, in fondo (magari molto in fondo), che ci avrebbero scosso dalle pigrizie e dal sonno delle nostre perse ragioni? Beh, sì, forse, vedremo. Senza pregiudizi. Invece il grillino cretino che ce l'aveva con Jop l'ebreo schizzava via come una meteora, metteva prepotentemente in discussione lo schema. E poneva il problema: quanta verità, su Grillo e sui grillini, portava la sua miserabile testimonianza? Ecco, la lettura del libro di Toni Jop è un buon esercizio per cercare di rispondere a questa domanda. E l'impressione è che la risposta non sia proprio confortante.

Qualche anno fa un meritevole gruppo di docenti e studenti dell'Università di Vienna si mise al lavoro sulle forme della comunicazione politica di Jörg Haider, l'ultrapopulista xenofobo che riuscì ad avere negli anni '90 un ruolo importante sulla scena pubblica austriaca, e non solo. Ne uscì uno studio illuminante sulle forme della demagogia in politica. Anche in Haider, frequentatore di raduni di ex Ss, c'era un più o meno dissimulato antisemitismo e la coincidenza del populista austriaco e di molti altri dello stesso stampo con certi toni e certe attitudini del grillismo militante forse non va sottovalutata, come dimostrerebbero gli indegnissimi scivoloni del Gran Capo su Auschwitz e, prima ancora, certi sconcertanti giudizi sull'Iran del negatore dell'Olocausto Ahmadinejad. Ma l'antisemitismo è la spia di un atteggiamento più generale della demagogia politica.

Jop è molto attento nel cogliere l'attitudine di Grillo a parlare, come si dice, alla pancia dei propri elettori, solleticandoli sui punti di rottura, quelli tra scontentezze vere e giustificatissime per l'esistente e pulsioni distruttive, anche psicologicamente vendicative, non solo della politica intesa come sistema dei partiti ma anche delle istituzioni e delle convenzioni del vivere in comunità. Ed è bravo, Jop, a smascherare i meccanismi di fondo della macchina demagogica di Grillo e Casaleggio, a cominciare dal grande imbroglio della (presunta) democrazia diretta costruita sulla (ancor più presunta) oggettività e neutralità della Rete. Anche se certe volte si ha l'impressione che si tratti d'un'impresa un po' disperata perché non c'è né ci può essere, dall'altra parte, alcuna reattività. Così pare un esercizio un po' inutile andare a cercare le contraddizioni, il sostener oggi quel che si negava ieri e viceversa, le bugie e le insostenibili esagerazioni di parte.

Non gli si fa del male: prerogativa del demagogo è di non sentirsi mai in contraddizione e di mentire con assoluta serenità di spirito. Ne abbiamo avuto tra l'altro un coerentissimo (con se stesso) esempio vivente, che per tanti anni ha retto le sorti dell'Italia.

In questo senso Silvio Berlusconi è stato il vero antesignano di Beppe Grillo, così come lo sono stati Umberto Bossi e la Lega, in una sorta di comunità di spirito che è assai meno paradossale di quanto si può pensare a prima vista e che nel libro è più volte e bene evocata.