
di ANTONIO CALABRO'
Prendete un pizzico di William Burroughs, miscelatelo con Epicuro, aggiungeteci il Leopardi lunatico, un pizzico di King Crimson, una spolverata di Catullo e Orazio e un coro di gatti aristocratici e capricciosi e otterrete “Col pretesto dei gatti”, romanzo di Carlo Menga edito da Città del Sole.
Sornione, divertente e divertito anche quando parla di morte e di altri orrori, lunatico e irrimediabilmente anarchico in modo naturale, senza bisogno di riflessione politica e sociale (ma quella c’è, e si vede, anche se lui da teatrante letterario finge d’ignorarla), l’autore ci conduce nel mondo dei felini domestici, in realtà una percezione “gattesca” della realtà, e ne approfitta per tracciare il punto sulla vicenda umana, rivelandone con stile ed eleganza l’animalità vanitosa e l’infantilismo perpetuo, degno, appunto, dei gatti.
“Col pretesto dei gatti” si muove attraverso le immagini che evoca e, per chi ha dimestichezza con i nostri amici felini, trasmette una grande tenerezza, un rito d’amorevole immedesimazione, c’invita al sorriso e ci muove alla nostalgia canaglia. Sperpera la poesia a mani basse, con generosità da affabulatore brontolone, la condensa in piccole e luminose scenette di vita quotidiana, quella dei gatti naturalmente, e non perde occasione per ricordarci la vacuità dell’esistenza, ma senza mai essere nichilista, anzi rivelando uno straordinario amore per l’esistenza e per l’esistere.
Attraverso stratagemmi mascherati, l’autore, vero acqua cheta letterario, infila citazioni colte e raffinate, con sapienza compie prodigi tra l’alchimista e il filosofo, parte da lontano, affronta giri del mondo in poche battute, e conduce ai punti essenziali di una riflessione umana che non smette di pensare al destino mortale, s’interroga, s’inquieta e ci inquieta ma anche, e soprattutto, ci diverte invogliandoci al dubbio.
Uno scrittore esistenziale, con Moby Dick nella vasca da bagno, puntata dai suoi micetti travesti da guerrieri che però all’ora della pappa smantellano le armi e corrono al desco, come è naturale che sia. Vivere di presente, inconsapevoli di futuro, soprattutto quando sono altri a scegliere il futuro, ma vivere nella decente allegria dell’assenza di dolore, e accogliere qualsiasi fato con la rassegnata, umoristica, coraggiosa rassegnazione della migliore umanità, quella che si traccia attorno il cerchio del proprio finire, ritrovandosi affamata di piccole ore di quotidiana armonia, in bilico tra natura animale e volontà divina.
“Col pretesto dei Gatti” potrà essere interpretato a piacimento , secondo gusti e costumi: una piacevole autobiografia, una digressione filosofica, una destrutturazione del percorso razionale, una favola per gli amanti degli animali; un percorso di ricerca in ogni caso, una modalità innovativa che strappa la letteratura calabrese dalle noiose caverne del gangsterismo e della fame atavica e della povertà degli avi.
Scritto con etica da beat generation, fregandosene altamente delle seriose velleità sociali, riconduce alla condizione umana, affrontando a viso aperto Freud, Darwin e Marx, e miagolandogli in faccia la bellezza della vita. Il poeta è un fingitore, scriveva un tale, la poesia trabocca dal sorriso, se per poesia intendiamo la capacità d’intendere ciò che per molti è oscuro, e Carlo Menga si finge gatto per essere finalmente libero di parlare di uomini, e di genere umano, e di pazzia legata ai sogni, e di volontà, misteriosa, di saperne di più e di non smettere mai di cercare.
Un bel libro, condensato in 130 pagine intense, con protagonisti eccezionali che affollano le riflessioni scritte dall’autore, protagonisti come Dante, Shakespeare, Camus e una miriade di altri, tutti irrimediabilmente destinati, come l’autore stesso, a far da comparse al cospetto dei veri protagonisti, i gatti appunto, e la loro quieta gioia di vivere.