Maledetto Sud: confronto, a Polistena, tra studenti e V. Teti

Maledetto Sud: confronto, a Polistena, tra studenti e V. Teti

liceorechichi

 di ROSANNA GIOVINAZZO

Il prof. Vito Teti, ordinario di Antropologia culturale all’UNICAL, ha presentato, ieri, il suo libro “Maledetto Sud”, edito da Einaudi, ad una platea di studenti del Liceo Rechichi di Polistena diretto dal prof. Giovanni Laruffa. La presentazione del libro ha concluso un lavoro di ricerca e di approfondimento sul testo, che gli studenti, sotto la guida dei loro docenti di Lettere, hanno svolto, nell’ambito delle attività didattiche previste sul Meridionalismo.

Un’analisi lucida, scientifica, quella del prof. Teti che, partendo dall’analisi dei più diffusi pregiudizi e stereotipi sui meridionali, l’essere sudici, oziosi, malavitosi, melanconici, ne ribalta l’interpretazione, smontandoli uno ad uno, ed in ciò, ricorrendo alla memoria, al racconto, alla letteratura (soprattutto Alvaro), alle riflessioni antropologiche. E prosegue, nella sua analisi, interrogandosi sul rapporto dei meridionali con questi stereotipi.

La risposta non è per nulla assolutoria. E’ come se lo stereotipo negativo, alla fine, e paradossalmente, sia stato interiorizzato e ad esso ci si è uniformati. Per esempio, le montagne di rifiuti che hanno insozzato le strade di Napoli o la Terra dei fuochi, alla fine, hanno conferito verità allo stereotipo dell’essere sudici. Ed ancora, lo stereotipo dell’ozioso, tra falsi invalidi, eserciti di forestali et similia - che è innegabile, ci sono - alla fine, è stato confermato, insomma, una sorta di maledizione che s’avvera.

L'opera di denigrazione, resa ancora più drammatica da teorie pseudoscientifiche, come quella di Lombroso, sulla "razza maledetta" che ha, per lungo tempo, ipotecato il riscatto vero di interi popoli, può essere ostacolata, arginata riconoscendo, per primi noi meridionali, errori, storture e tutte quelle verità scomode che hanno caratterizzato e caratterizzano il nostro essere meridionali.

“Uscire dal ricatto di sentirsi meridionali” si può, facendo i conti con noi stessi, non più difendendoci dai pregiudizi e dagli stereotipi, rifugiandoci nei miti del nostro glorioso passato storico o nel decantare le bellezze paesaggistiche e pittoresche che, invece, non abbiamo dimostrato di onorare con i fatti e le azioni singole e collettive. Mari, coste, montagne, colline, li abbiamo violati noi, facendone scempio, anche con la complicità della politica, del malaffare.
Non possiamo più autoassolverci e dare la colpa agli altri dei nostri mali, occorre indossare una abito mentale nuovo, obiettivo, lucido e così potranno essere ribaltati tutti gli stereotipi negativi e addirittura trasformarli in positivi; l’ozio e la malinconia, per esempio, che potrebbero invece essere intese “come lentezza con cui contrastare frette e solitudini…e tristezza generosa, che sappia trattare con cura, le persone, i luoghi, le cose.”

E dalle domande incalzanti e molto interessanti degli studenti presenti, è emersa proprio la voglia di capire cosa fare, cosa proporre e come proporsi per sperare in un cambiamento, e per vivere il proprio essere meridionali in una dimensione più ampia, italiana, europea, del mondo globalizzato persino, pena l’ulteriore degrado, il sottosviluppo e l’emarginazione. Perché solo un Mezzogiorno aperto e cosmopolita potrà avere un futuro.