C'era una volta il mese dei fioretti

C'era una volta il mese dei fioretti

 

madonnarose

di MARIA FRANCO -

Maggio era il mese dei fioretti.

Iniziava con la consegna, da parte delle suore, di una sorta di depliant bianco, con i bordi lavorati come fossero delle trine e, sulla prima pagina, stampata un’immagine della Vergine. Mai una di quelle meraviglie dei nostri pittori tre-cinquecenteschi – e sì, che ci sarebbe solo l’imbarazzo della scelta – ma una maternità sufficientemente melensa.

C’era enfasi in quella consegna e un’aria che voleva essere di affettuosa solennità e sapeva, invece, di minaccia.

Ogni sera, se durante il giorno s’era compiuto qualcosa di buono oppure e soprattutto s’era evitato qualcosa di male, si poteva incollare il quadratino di una rosa. Un po’ come nelle schede raccogli bollini che supermercati dei supermercati, solo che il bollino non era autoadesivo e, anche chi la scheda la completava – a meno che l’incollo non venisse fatto da qualche madre o zia – produceva un effetto accozzaglia.

Alla fine del mese, poi, tutto veniva portato in processione e bruciato davanti alla statua della Madonna che, nel cortile, stava incassata in una falsa grotta a guardare la vasca melmosa con i pesciolini rossi.

Non mi piaceva il pagellino di maggio. Non credo di averne mai completato uno.

Non perché facessi qualcosa di cattivo. Semplicemente, non mi pareva di fare chissà che di bene.