
di MARIA FRANCO
La Voce che è risuonata nella piana di Sibari non è di uno “che parla nel deserto”.
Certo, l’eloquio semplice e chiaro, quel definire gli ‘ndranghetisti come “adoratori del male” fa parte dello speciale carisma di Francesco.
Ma le sue parole – che, pure, segnano uno di quei momenti in cui la verità esplode e la storia fa un passo avanti potenzialmente epocale – hanno un retroterra lungo.
«La chiesa che ha portato il Papa a pronunciare queste parole – ha osservato Saviano – non è solo la chiesa dei martiri, ma la chiesa di tutti quei preti che in territori difficilissimi e tormentati rappresentano l’unica via possibile al diritto, l’unica strada alla dignità laddove lo stato spesso è solo manette e sequestri di beni, dove non c’è alternativa tra emigrare o vivere nella totale disoccupazione. In Calabria don Giovanni Ladiana e don Giacomo Panizza sono tra gli esempi di chiesa che si fa prassi di resistenza, non semplice simbolo antimafia, ma creazione di una via possibile al diritto al conforto, alla condivisione, al futuro»
Sono, soprattutto, gli apprendisti cristiani – preti e laici, uomini e donne di buona volontà che ci provano, dentro e fuori le parrocchie calabresi, a vivere almeno una ‘nticchia di Vangelo – che nelle parole di Francesco potranno trovare nuova linfa.
Per tutti i “no” che vanno pronunciati. E, nello stesso tempo, per rimarginare ferite, colmare vuoti, (ri)costruire vita.