LA RECENSIONE. Cola Ierofani, amore e lotta in Calabria nel Secolo Breve. di GIANNI PIU

LA RECENSIONE. Cola Ierofani, amore e lotta in Calabria nel Secolo Breve. di GIANNI PIU

cipt      di GIANNI PIU* -  La foto di copertina che sparacchia in prima pagina il ridente koas della gioventù di operai, insegnanti e pastori del Settantatre pozzomaggiorese inalbera promesse di lotta continua e in fondo fa moderatamente garrire una bandiera rossa. Ma si tratta di una bella posa nello studio di un fotografo (Ni-Cola) e il drappo rosso è un séparé per gli scatti delle foto-tessera. Il colpo di stato non poteva partire da Pozzomaggiore, anche se i pugni chiusi parlano alla nostalgia del cuore. La foto, privata dell’alone privato, acquista un significato generale e diventa emblema, metafora e trasfigurazione di una lunga e complessa epopea di attraversamento di esperienze politiche ed umane, di acquisizione di strumenti di conoscenza e critica, di maturazione di scelte, di irrelate commistioni di successi, sconfitte e approssimazioni, ”uomini e donne che recitano la loro parte nella ruota della vita” (pag.386).

   Una palpitante, commovente “macchinazione” narrativa che si giova della penetrante caratterizzazione di momenti e fasi storiche, di persone, personaggi, situazioni, ambienti e fa aggio sulla scoppiettante teatralizzazione di vite vissute, ricordate, fantasticate, ”montate” con tempi e gusto cinematografici. Nel cimento letterario tendono ad intrecciarsi e saldarsi piani di memoria, esperienza personale e sociale, microstorie locali, fatti e personaggi di circostanziati e dilatati milieu di vita e di cultura , riferimenti storici e politici generali con sbrigliate, acrobatiche, effervescenti elaborazioni fantastiche. La granguignolesca sovrabbondanza talvolta della dimensione erotica segna una calcolata opposizione a dominanti matrici di perbenismo piccolo-borghese e comunque vivacizza e integra il confronto coi puntigliosi, variegatissimi riscontri memoriali che sfaccettano il “secolo breve” e gli danno inedite accelerazioni, messe a punto impreviste, riprese e approfondimenti non convenzionali.

   Si direbbe che una ben chiara e schierata piattaforma storica, nel momento e nella misura in cui si confronta con le proprie componenti, si affastella e si inzuppa di una miriade di microstorie piene di calda effusività, si umanizza ancora più profondamente e accredita l’esercizio, sornione ma efficacissimo, di osservazione distaccata, di dialettizzazione, di rivitalizzazione, di sarcasmo e di pietas dello scrittore. Alter ego non è solamente Cola, maschera nuda al di là di tutte le messe in scena, ma “alteri eghi” sono la Calabria in tutte le sue profonde ramificazioni e contraddizioni, la natura, la campagna, il lavoro, i viaggi dei viatores e di chi fantastica ed inventa da fermo, il rapporto strabiliante con chi cresce e con chi matura, i libri, la curiosità intellettuale, il mare, il vento, la precisione dell’appercezione, le messi dorate del ricordo e della speranza, famiglie, gioie dolori, antropologie e tradizioni, il latte degli uccelli, il simposio, la morte di Micòstani, straci, i Parrini, solidarietà, unicuique suum.

   L’organizzazione narratologica presenta vari elementi di complessità e cura:

-7 parti (IV-100 pagine;V-133;VII-105);

-titoletti di paragrafi a segnare una scansione didascalica su fatti e personaggi e favorire (eterodirigere?) il percorso;

-poliglottica pratica: 29 titoletti in latino, 7 in tedesco ed inglese, riferimenti costanti al calabrese, ricorrenti specificazioni in altre lingue (latino, slavo);

-simbiosi di piani narrativi e piani saggistici: la sicura falsariga narrativa si innerva di conoscenze ed esperienze antropologiche e di tradizioni popolari (intenditore con attenzione ai particolari), capra, pasta,cannoli, zampogna, mietitura, falegname, genealogia, straci-parole e cose, descrizioni turistico-culturali, proverbi sistematicamente intramezzati;

-come nella scena del tradizionale racconto orale, di tanto in tanto , quasi in trance, si afferma e si mette in primo piano il ruolo del narratore: Dobbiamo tornare alle vicende di Cola Ierofani che dovrebbero costituire il filo conduttore della nostra storia (pag.89); Dicemmo più sopra (pag.172); Ai fini di una ricostruzione marginale e tangente con la vicenda che ci interessa (pag.266); De cuius fabula narratur (pag.267); C’era stato anche l’episodio balneare di Gianna che già vi abbiamo narrato (pag.320).

-La questione della lingua. La ricchezza e la pienezza originaria del parlato trovano adeguata sistemazione e quasi sublimazione nella matrice linguistica dettagliata e prensile sulle cose e depositaria di vari linguaggi settoriali (giuridico, filosofico, politico,scientifico, popolare), mobilitati sia per personalizzare e vivacizzare approcci e sviluppi, sia per distanziazione ironica e critica. Il periodare prevalentemente paratattico, puntato, ficcante, arrembante, sollecita e canalizza fermentazione e coagulo di parole, anch’esse alla ricerca spasmodica di perspicuità e d espressività, nel sagace ingranaggio di connotazione-denotazione. Al piacere ed alla pervasività della vis narrativa, memoriale, storico-documentaria, fantastica contribuiscono duttilità, freschezza e proprietà di registri: la malinconia, asciutta e terragna, del ricordo; la premura per i destini degli altri e del mondo (pag.432); l’affetto per la natura, il rispetto e la vitalità francescane della sua fruizione e trasformazione; la puntualità descrittiva che talvolta simula attitudini scientifiche o poliziesche (pag.98); l’incisività e la spietatezza dell’invettiva (Migrantes,pp.344-352) o la critica dall’interno (Cortassisica squadra, pag.362); la famigliarità consustanziale con la navigata pertinenza del calabrese, attraversata dalla storia e dalla vita; il gusto e il cimento della perlustrazione e dell’integrazione culturale che accredita e nobilita la tempra dello studioso.

   E’un organismo vivo, duttile la lingua secreta progressivamente dalla cultura, dall’esperienza, dalla conoscenza non statica di modelli, dall’analisi e dalla sintesi di patrimoni esistenziali dell’autore. Anzi c’è e va continuamente arricchendosi e assestandosi un rapporto di rispecchiamento, di funzionalizzazione e di concrescita fra la magmatica materia esperienziale (biografia, cronaca, storia, memoria, fantasia, elaborazione culturale) e la strumentazione espressiva e comunicativa. E ciò si apprezza sia nelle parti I,II,III,VI dove vengono operati tagli di essenzializzazione e di sintesi efficaci e coerenti con i selezionati spunti narrativi, sia anche nelle parti IV,V e VII nelle quali si persegue e moltiplica (e si vorrebbe ancora moltiplicare con germinazioni ulteriormente lussureggianti) un disegno narrativo e un processo di storicizzazione articolato,approfondito e polivalente. Anche qui si sfugge al rischio dell’affastellamento e della dispersione sia perché l’occhio e il giudizio dello scrittore sono vigili, sia perché la lingua aderisce plasticamente alla res cogitans-extensa, ossia alla sostanza narrata e la qualifica, la rende degna di funzione e di fruizione. E il lettore, incentivato e sorretto nella perlustrazione e nella scoperta del testo anche col sistema dei titoletti tambureggianti, si avventura con interesse e gusto nel chiaro labirinto delle vicende e dei plurimi risvolti, vi si coinvolge e, se occorre, se ne distanzia per cogliere aspetti d’insieme o evidenziare passaggi, particolari o implicazioni di contenuto e di stile.

   A mezza strada fra attitudine e frequentazione personale e interesse antropologico, appare chiaro e ripetuto il gusto per incisive descrizioni naturali e precise rappresentazioni ergonomiche. Falciare le messi dorate. I mietitori, aggrappandosi nelle salite alle code degli asini carichi, tornavano a Precacore trappa trappa, magri come le canne e curvi come le loro falci. Perchè per quel grano, destinato a transustanziarsi in carne magra ed ossa robuste per le loro fameliche folèate di caciòpeddi, i proprietari peripolani avevano tolto loro le stringhe dalle spalle. Ora che i mietitori se ne tornavano a casa non si capiva neppure come facessero ancora a stare all’impiedi. (pag.8). E poi il verde della campagna in primavera e il giallo soffocante dei meriggi estivi in cui l’unico fruscio che si sentiva non era quello della brezza (lu chiatàri, il respiro, come lo chiamava la nonna del professore) ma quello che introduceva il trillo monotono e assillante delle cicale.(pag.68)./ Era invece facile beccarla per le strade dai margini erbosi dove faceva imbarrare la sua capretta di trifoglio, di qualche èrrema pianta di sulla, dei teneri tralci di gramigna e di qualche bieta stravagante che era sconfinata dai giardini coltivati per il mercato (pag.376). Frequenti, densi e significativi i riferimenti ai rapporti familiari che costituiscono l’ossatura della cultura e della società meridionale e sfaccettano interessanti ruoli psicologici ed umani. Rosa, ad ogni ripresa dei dolori, ricominciava le invocazioni di aiuto alla suocera, porpateggiante per la casa come una oca impaurita, alla Madonna della Montagna, alla levatrice, alla madonna del Riparo (pag.12). Alla fine, rimesso con le spalle al muro e dopo qualche ulteriore e malriuscita giravolta, sbandando ora a destra ed ora a manca ma con gli occhi sgranati e fissi in quelli invitanti del nonno, alzava le braccia come le ali di un passerotto di primo volo sui bordi del nido e, come un maturo equilibrista bilanciato sul filo, percorreva caracollando la maratona di un metro che lo distanziava dal molo agognato delle braccia accoglienti di Scupetta (pag.19)./ Poi aveva smesso di mangiare e si era concentrata solo e soltanto sul cimitero: con la pioggia o con il sereno, con lo scirocco o con la tramontana, sempre vestita di nero integrale e con l’animo più scuro della mezzanotte, si era trascinata ogni giorno per i due chilometri che dalla sua nuova dimora portavano a quella, pure essa nuova ma definitiva, in cui erano stati rinserrati i resti di Arcangelo, l’unico uomo che avesse amato nel corso della sua esistenza, e quelli della figlia Rosa. E passava il suo tempo, sempre ravvolta nel suo scialle nero come la pece, a sistemare fiori freschi nei vasi da cui erano stati tolti altri appena sfioriti, a lucidare i ritratti degli scomparsi e a pregare per loro, rimpiangendo il tempo in cui la famiglia non era stata dispersa dalla sfortuna.(pag.33)./ Grazia, dopo aver salutato e dopo essere stata accolta con l’offerta di un pezzo di lestopitta, se ne era tornata a casa con un pane tondo appena sfornato, tronfio e scottante sul suo smunto e angustiato pettuccio. (pag.143)./ Come gli uccelli migratori… la lunga teoria deli zii… una sorta di famiglia allargata… ricostruito la genalogia meglio di come allora sapessi fare io…diviso tra due cosmi…monotona laudatio temporis acti…(pagg.388-390). Nel teatro della vita si ride e si piange, alternativamente spesso, talvolta anche insieme, un impasto, un intruglio. Un trauma che ti abitua ad incassare gli altri colpi della vita, a procedere senza tentennamenti nel mare ora minaccioso ed ora amniotico dell’esistenza.(pag.28)./ Muto era rimasto, e arravugliato nell’atroce dolore.(pag.204)./ Nuddu sapi quantu furu laceràti i nostri carni.(pag.397)./ Sempre con la pena del pene in mano.(pag.401)./ Si astenne dal commentare il dolore altrui e non mise in piazza il proprio.(pag.417). Un registro di solita e solida frequenza è il sarcasmo, condimento pepato di pietanze di stuzzicante invenzione. Lunga la teoria di spunti, forzatamente limitata la selezione. Le malelingue dicevano che il fabbro avesse un marrabello così lungo che, per non essere impacciato durante il lavoro, doveva attorcigliarselo attorno alla vita e che, dopo il giro della cintura, ne rimanesse abbastanza per fare il nodo all’altezza dell’ombelico.(pag.16)./ Zampogna rivolse verso i nemici del popolo il suo grande culo, ispirò profondamente e a pieni polmoni un metro cubo d’aria e, facendolo circolare per l’esofago e lo stomaco, lo aggiunse alla miscela di gas irrespirabili che albergavano nella anse dei suoi intestini e che erano frutto di affaticata digestione proveniente da un pranzo di fagioli, lardo e aneti selvatici mal cotti.(pag.76)./Il pecorarello aveva sollevato d’istinto la sua capinta dalla bocca aperta e l’aveva sediziosamente calata in perpendicolare sul ciuffo ondulato che guarniva la conica crozza al pretenzioso maggiordomo di quell’adunata di affamati.(pag.87)./”Signora mia, -si era permesso Cola, incoraggiato dal complimento e ritenendo che qualche merito sulla bontà del cappuccino andasse ascritto anche a lui –fosse per me glielo preparerei con il latte degli uccelli!”.(pag.173)./E ci fermiamo qui, perché già nella alternanza tra fricativa labiodentale sorda e fricativa labiodentale sonora, tra Malafògghia e Malavògghia per intenderci…(pag 385)./Quando il battito è forte le delizie oltrestradali raggiungono il terminale dell’illanguidito basso ventre ierofaneo e lo compensano di ogni sforzo dispiegato in quella folle Iliade onirico-erotica.(pag.425). Nell’esercizio di stile, di lingua plastica e saporosa rientrano talvolta tiritere insistite, calcoli allitterativi, parole pregnanti, immagini originali. E faccio in tempo a porgerti la mano per non farti scavugliare l’augusto pieduzzo mentre atterra dalla lorda pedana all’indegno marciapiede.(pag.96)./Si assemblavano al centro della caldaia in un denso e niveo viluppo.(pag.111):/Poi tutto si era acquietato e l’aurora rugiadosa dalle rosee dita aveva chiuso le palpebre di tutti gli invitati e di tutti gli invitanti.(pag.122)./Cola tastò i due toast.(Pag.294).

    A lettura ultimata, si accampa sicuro il piacere, intellettuale e sentimentale, di una esperienza mirabile di conoscenza dei meandri della psicologia e delle differenziate realtà, la sfaccettata filigrana della vita. Che vorrebbe ancora traboccare dato che la materia del ricordo, del ragguaglio, della fantasia e della critica, incandescente e magmatica com’è, tenderebbe ad espandersi, nonostante varie operazioni di disciplinamento. Dispiace non poter continuare le citazioni per verificare dati e impressioni e corroborare il giudizio critico. Ma anche un’ulteriore, tranciante carrellata offre un indicativo repertorio di spunti, stilemi, atteggiamenti narrativi e squaderna un mosaico di tessere variopinte. Tra transfert, sopiti o pilotati, e passaggi dai conflitti di autocoscienza hegeliana alle diagnosi psicanalitiche junghiane con variabile luterana (pag.408), dialogo spianatutto sul comunismo perduto e folli Iliadi onirico-erotiche, paralogie marianoclastiche e la viscerale “stima” di Pannella (pag.379),”l’uso di aggettivi latineggianti addolcisce e legalizza sia le soperchierie che le porcherie da esse generate”(pag.371),”cu sindi futti era diventato un postulato della ragion pratica”(pag.336); i tempi rituali del simposio (pag.276),”Ci siamo fissati con questo cazzo di colpo di stato e ogni mosca ci pare un cavallo” “alle ore 13,20 del 21 agosto millenovecentosessantaquattro” (pag.201),; presente come devastante macrostruttura in Calabria e altrove, la mafia tesse i suoi bassi e proficui orditi anche nei microcosmi periferici peripolani (pag.184).

   Nel vortice pieno della vita, si insinuano i contrappunti delle morti. Di quella del caro Micostàni dà notizia irrituale una nota, l’unica presente nel libro: Post scriptum 2013: Micostàni se n’è andato l’autunno scorso. C’era la bara aperta e, sopra il morto, un drappo sintetico con al centro il simbolo sghimbescio di Rifondazione comunista (pag.290). Emblematica, nella povertà e nella pazzia inconsolabili, la volatilizzazione della madre-vedova di Saro:”Nilla, venuta a Peripoli dal nulla, era riuscita a scomparire nel nulla senza lasciare traccia di sé” (pag.376).

Giuseppe Mario Tripodi, romantico romanziere, tra gli altri innumerevoli meriti, ha quello di cantore delle povere esistenze di incalcolabile umanità, contribuendo così a far “lasciare traccia di sé” anche a molte comparse (Tebe dalle sette porte chi la costruì? Brecht) sulle scene impolverate della cultura e della storia e della vita. C’è da chiedersi se non sia anche il cantore smaliziato e disincantato della perdita di senso di un mondo arrovellato, di una dimensione del vivere civile, dei rapporti di tolleranza e condivisione, di un’antica capacità di comprensione e trasformazione. Il nulla di Nilla e di tanti, il nulla del passato, il nulla del futuro, il nulla di politica e cultura, la solitudine del nulla , si possono riempire di messi dorate?

*poeta e critico letterario