
di MARIA FRANCO -
E se, oltre le processioni, abolissimo le presentazioni dei libri?
Se le prime – fatta salvi la pietas di alcuni e il senso d’identità di altri – non sembrano più tanto corrispondere (anche senza inchini) ad una reale modalità di declinare al presente l’appartenenza religiosa, le seconde vanno dall’inutile al negativo. Naturalmente, anche in questo caso, con le dovute eccezioni: ma sono eccezioni che confermano la regola.
La regola, al momento, offre tre possibilità, spesso mescolate.
Uno. Lo scrittore X presenta il libro dello scrittore Y, lo scrittore Y presenta il libro dello scrittore X, X e y presentano quello dello scrittore Z, il quale interverrà alla seconda presentazione del libro dello scrittore X e alla terza di quello Y in una spirale di autoreferenzialità che cresce più della panna montata.
Due. La presentazione è preceduta, accompagnata, seguita da letture, video, canzoni, balletti e varie. La maggior parte di questi contorni non dimostrano, come magari si vorrebbe, l’alto potenziale multimediatico del testo in questione, ma, al contrario, che, senza trucco e parrucco, proprio non è il caso di parlarne. Altra cosa è la lettura, dove le possibilità sono, attualmente, anch’esse tre: una lettura di livello medio, che nulla dà e nulla toglie al libro, una lettura di livello infimo, tutta pathos e contorcimenti, che resta sullo stomaco degli astanti e una lettura che esalta il valore e il senso delle parole: una benedizione, ma piuttosto rara.
Tre. Ed è la situazione peggiore. Quella che viene, deliberatamente o meno, costruita col criterio delle chiacchiere di quattro amici al bar, che – nonostante l’intelligenza dell'uno e la sensibilità dell' altro – pestano acqua nel mortaio, e, mescolando il niente col nulla, non ne possono certo far uscire champagne.
E, allora? Che facciamo, non parliamo più di libri? Oppure, come possiamo dare nuova vita alla loro presentazione?
C’è un proverbio calabrese che dice, più o meno, che dove non sei richiesto è meglio che non vai. Ergo, anche dai suggerimenti non richiesti bisognerebbe guardarsi. Ma tant’è, provo a metterne in discussione qualcuno.
Primo. La presentazione potrebbe essere sostituita con una sorta di intervista all’autore da parte di uno che il libro se l’è letto bene e può fare domande giuste che consentano all’autore stesso di raccontarsi, di esprimere le sue idee sulla scrittura, il senso che voluto dare al suo libro ecc. ecc. Una cosa sobria, stringata, puntuale.
Due. Se qualcuno, oltre l'autore, viene invitato a parlare del libro, bisogna privilegiare uno che non lo conosca e, magari, anche che si occupi d’altro. Non un giallista che presenti il giallo del suo compagno di scuderia (stesso agente, stesso editor, stesso editore), ma un economista, o uno storico. E, intorno, pochi o niente orpelli. Un libro è fatto di parole. O riesce a dire qualcosa in parole, o che gli si mettano addosso tanti soprammobili, non lo salvano.
Tre. Incontri di “do-presentazioni”. A sei mesi, un anno dalla presentazione di un libro, provare a far incontrare l’autore con chi si è preso la briga di comprare e leggere il suo libro. Il rischio che diventi un rito celebrativo (“Che bel testo”; “Non ho mai letto niente di più bello”) c’è, ma se il dibattito fosse serio, magari potrebbe migliorare il livello delle pubblicazioni e, chissà, favorire anche la lettura.