La parola padre al Globo Teatro Festival

La parola padre al Globo Teatro Festival

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di TIZIANA CALABRO' -

Quando entriamo, sono già lì ad aspettarci. E’ spiazzante. Ti guardano, mentre ti siedi nell’arena. Si muovono sulla scena, c’è chi ti sorride, chi è seduta, chi non sorride affatto, ma comunque ti guarda. Sono scalze, tranne una di loro seduta davanti a un tavolino su cui è appoggiato un portatile. Alle sue spalle un piccolo schermo dove appariranno immagini e parole. Al centro della scena un muro costruito con grandi contenitori di plastica, di quelli utilizzati per raccogliere l’acqua. Parallelepipedi trasparenti a formare un monolite silenzioso. Una presenza immobile e severa in contrasto con i sei giovani corpi femmina che si muovono sulla scena.

Siamo a Ecolandia di Arghillà di Reggio Calabria, per un’altra rappresentazione teatrale allestita e voluta dagli organizzatori del Globo Teatro Festival, che ancora una volta riusciranno a stupirci con le loro scelte che rompono gli schemi del nostro guardare, portandoci in una dimensione altra. Tra pochi minuti l’opera scritta da Gabriele Vacis “La parola padre”, ci colpirà come l’onda d’urto di una violenta esplosione. Che non vedi, ma che senti sulla pelle e dentro di te a sconquassare non sai bene cosa, a smuovere discorsi sospesi.

Poi le ragazze, le sei attrici, iniziano a parlare. Ola, Anna Chiara, Simona, Irina, Alessandra, Rosaria raccontano, scavando nella pozza di ricordi dolorosi. Tre sono italiane, una è polacca, una è bulgara, una è macedone. Le lingue si mescolano senza confondersi tuttavia. Parlano dei loro padri della loro presenza e della loro assenza. Parlano di un altro padre, un’altra presenza ingombrante specie per chi ha vissuto o conosciuto, attraverso racconti familiari, il comunismo dell’est: la patria. Entrambi a volte prigioni nel loro essere troppo presenti, nel loro essere troppo distanti.

Raccontando espellono dai loro corpi la paura, espellono il dolore, pain, una parola bellissima a pensarci, in inglese, lingua utilizzata dalle donne per comunicare. Espellono il dolore, e entrambi prendono forma sul palco, davanti agli occhi di un pubblico reso inerme dall’emozione, da quei corpi che non si risparmiano. Le ragazze si lanciano contro il muro di plastica, frantumandolo come uno specchio lanciato con rabbia contro una parete, costruiscono labirinti, ricompongono i pezzi, si accasciano sul pavimento, mostrano rabbia e dolore come madri dentro una tragedia greca, mostrano la mobilità dei loro volti. Si abbracciano per consolarsi, per accogliersi come solo le donne sanno fare con il loro talento nell’ essere dentro le cose. Si muovono nello spazio della loro memoria e del tempo che è “un mistero banale”, dove tutto è “impermanente” e forse per questo ancor più doloroso.

E’ uno spettacolo denso e pieno, questo di Gabriele Vacis, dentro il quale ognuno trova quello che cerca dentro di sé, ognuno vede e proietta i propri nodi. E’ così che succede con l’arte quando non è solo una vuota rappresentazione estetica, ma un racconto intimo dell’anima e con lei del dolore, della rabbia e della paura, che le sei giovani attrici, con il coraggio di chi possiede un grande talento e una delicata sensibilità, ci hanno offerto.

Poi lo spettacolo finisce, le sei donne ci salutano anche loro commosse, per le verità che ci hanno donato. Il pubblico va via, ognuno con la propria storia e con nelle orecchie e nel cuore la musica e le parole della canzone di Bob Marley che chiude lo spettacolo: “No Woman no cry”.