
di ROSANNA GIOVINAZZO -
Il testo di 136 pagine della “Buona scuola” del governo Renzi, che indica le linee guida della Riforma della scuola italiana, mi ha indotto ad un’attenta analisi e valutazione del suo contenuto per giungere a delle conclusioni che, con mio grande rammarico, anche se già lo avevo intuito, sono più o meno le stesse che avevo fatto all’epoca della proposta di legge Aprea del 2008, soprattutto per quanto riguarda il modello di scuola pubblica che viene delineato.
L’attenzione dei media si è concentrata maggiormente sul punto relativo alla fine del precariato, ammesso che si reperiscano i 4 miliardi necessari per l’assunzione di 150mila insegnati precari. Cosa ottima, se davvero si potesse fare. Anzi, speriamo vivamente che si possa fare, considerata la tragica realtà lavorativa che angustia l’Italia. Così come positivi sono i riferimenti al potenziamento del wi-fi, della banda larga e di insegnamenti quali la Musica e la Storia dell’Arte.
Ma il nocciolo duro della questione è l’idea di scuola che viene prospettata. Idea, peraltro, già in parte messa in pratica. La scuola dell’autonomia, dei progetti, delle valutazioni INVALSI, della differenziazione ed anche, sia pur concretizzata in altro modo, della premialità, non sono altro che i primi passi verso la definitiva connotazione della scuola italiana in scuola azienda. Scuola/azienda, un accostamento ossimorico…l’educazione, la formazione non si possono “aziendalizzare”. Il sistema aziendalistico è contro la natura stessa della scuola, che mira alla formazione umana, non alla produzione di un bene materiale.
Premialità, parola chiave: lo stipendio dei docenti, tra l’altro, tra i più bassi in Europa, non avrà più un valore definito, certo, né terrà conto degli scatti di anzianità, per un motivo semplice, perché sono stati aboliti e sostituiti con il riconoscimento di meriti e crediti. Allo stesso modo, gli istituti scolastici non avranno più le stesse risorse ma, poiché sottoposti a valutazione, riceveranno le risorse che meritano. Dunque competizione ferrea, all’ultimo fendente, sia tra i docenti che tra le scuole, per ottenere il “premio”. E si sa, in questi casi, le armi messe in atto non saranno sempre ortodosse. Simpatie, corsie preferenziali, livelli di servilismo e di adeguamento acritico alle linee stabilite, potranno rappresentare oggettivi e molto probabili pericoli per una corretta ed equa valutazione.
Non solo, la “Buona scuola” dovrà essere capace di reperire finanziamenti anche tra i privati, costituendosi in una Fondazione, o in un ente con autonomia patrimoniale, per la gestione di risorse provenienti dall’esterno, (che) deve essere priva di appesantimenti burocratici.” (pag. 124). In tal caso, i privati godrebbero di sostanziali agevolazioni. Non oso immaginare il livello di condizionamento della libertà didattica del singolo docente! Esempio semplice semplice: se la mia scuola riceve dei finanziamenti dalla Nike, dalla Reebok o dall’Adidas, note multinazionali accusate di favorire lo sfruttamento minorile nei paesi del Terzo Mondo (Cambogia, Pakistan per esempio), quanto sarò condizionata nel parlare agli studenti di questo grave delitto contro i diritti dei bambini? Io ne parlerei lo stesso, ma quali sarebbero le ripercussioni? Considerata la figura pienamente riconosciuta del preside-manager che avrà ancora più poteri, rischierei qualche addebito se non addirittura il licenziamento?
E nella sua riconosciuta ed ampliata autonomia, la singola scuola, o meglio il preside/manager, potrà decidere addirittura le assunzioni, attingendo a un apposito registro nazionale docenti, contenente il “portfolio ragionato” di ogni singolo insegnante e amministrativo.
E’ innegabile, anche solo facendo riferimento ad altri sistemi scolastici europei ed extraeuropei, simili a questo prospettato dal governo Renzi, che tutto ciò non farà altro che accentuare, ancor di più, le disuguaglianze tra i ceti sociali e i territori, minando, in tal modo, i principi costituzionali di garanzia, per tutti, di una scuola statale laica e pluralista, finanziata con i fondi della fiscalità generale. L’uguaglianza, almeno delle opportunità, che, pur tra difficoltà, era formalmente e sostanzialmente riconosciuta, sarà un principio superato, e in un futuro molto molto vicino ci sarà spazio non per tutti, perché le famiglie, i territori, le risorse non sono uguali dappertutto in Italia. Dipenderà molto da dove si nascerà, se in quartieri bene di Roma, Milano e qualsivoglia altra città, o se in quartieri degradati e deprivati economicamente e culturalmente.
E le scuole private, o meglio quelle che ormai vengono definite tendenziosamente paritarie? La scuola-azienda statale e la scuola privata verranno messe definitivamente sullo stesso piano, perché si valuterà di entrambe, offerta formativa e risultati e, sempre ad entrambe, verranno erogati i finanziamenti, anche in base al merito. Con l’aggiunta, per la scuola privata, dell’introduzione della detassazione delle spese per le rette di frequenza.
Se a ciò si aggiunge la preminenza dell’insegnamento della lingua inglese a partire dai 6 anni, del coding e del pensiero computazionale nella scuola primaria, dell’economia nella secondaria, beh, allora il quadro è completo e il progetto gelminiano-berlusconiano delle famose tre I (Internet, Inglese, Impresa) si potrà ritenere finalmente realizzato. Ulteriore prova, anche questa -pur riconoscendo la necessità di adeguamento, ma equilibrato, alle istanze del mondo di oggi- dello slegamento e dell’allontanamento da quel patrimonio classico-umanistico caratterizzato da significati e prospettive culturali e valoriali, che ci contraddistingue, e che il mondo intero ci invidia. Anche questo un grave errore. Anche questo un altro passo verso il depauperamento della nostra identità culturale, a tutto vantaggio di un modello di società, che si fa sempre più prepotente e spregiudicato, le cui componenti di base sono le leggi della competizione selvaggia e le leggi di mercato. E le storture di questo modello di società sono già sotto gli occhi di tutti.