
di ANTONIO CALABRO'
L’Italia è il paese dei premi. Il paese dei concorsi, delle giurie e delle gare. C’è un trofeo per ogni categoria: cuochi , falegnami, scrittori, registi, cantanti, casalinghe, parrucchieri, impiegati. Qualsiasi attività è destinata ad essere misurata con le altre. Si stilano classifiche e si determinano ordini d’arrivo.
Così ci ritroviamo tutti dentro la griglia di partenza, come cavalli da corsa, pronti a correre a perdifiato verso un traguardo fissato ad arte da organizzatori furbastri, profittatori del peccato principale dell’essere umano, che è la vanità.
E il successo o meno di un’opera, qualsiasi opera, spesso (ma per fortuna non sempre) è legato alla vittoria e alla conseguente pubblicità che ne deriva. È il sistema, bellezza, e tu non puoi farci nulla.
Verissimo. Anche se nei decenni scorsi c’era stata una debole volontà di cambiamento, di trasformare il giochino e non accettare questa competizione forzata,modificando non solo le regole ma persino i risultati e gli obiettivi, il riflusso complessivo di una vecchia idea di mondo ha ormai preso il sopravvento , e si è tornati a gareggiare in ogni settore, compreso quello della creatività che però non può avere parametri né giudici, ma che è sempre più vincolato alla religione imperante del presente, quella del profitto.
Il problema tutto italiano non riguarda la competizione, bensì gli arbitri. Le giurie. Gli illuminati sapienti che decretano campioni e comprimari. Riguarda tutto il mondo accademico dei sederi piatti che si ergono a magistrati della cultura, forti dei loro numerosi titoli e della loro omnicomprensiva cultura. Così accade che ai concorsi cinematografici vincano film talmente belli che per noi semplici umani sono incomprensibili. Per non parlare poi dei libri: con le debite eccezioni, i concorsi sono o spot pubblicitari, o truffaldine macchinette per soldi, o circoli per privilegiati.
Una storia che si ripete: la cultura nella mani dei parrucconi, come è stato per secoli, con Leopardi reputato un guitto di provincia, con Petrarca superiore a Dante, con il libro Cuore come modello, con le coordinate matematiche dell’opera letteraria come sistema. Un modello rattrappito, chiuso, inerte. Un sistema culturale onanista, becero, tronfio, arroccato nelle terrazze salottiere, alimentato da pettegolezzi di corte e da immotivato senso di superiorità.
“La signora di Ellis Island” di Mimmo Gangemi non vince il premio Strega, e “Anime Nere” il film di Munzi non vince a Venezia, solo per fare due esempi a noi molto vicini, per manifesta appartenenza alla realtà. E non a quel mondo taroccato dei finti intellettuali e degli spadini con le chiavi del successo in tasca.
Non vincono proprio per la loro estrema aderenza al concreto, all’eterna tragedia umana, alla volontà di comprendere e capire. Non potevano essere mai scelti da questi carrettieri del sapere che, come sosteneva un poeta contemporaneo, sanno “citare i classici a memoria, ma non distinguono il foglio da una foglia”.
Non badiamo ai santoni della cultura. Sono inutili, fessi e dannosi. Releghiamoli nei loro eremi, abbarbicati alle loro poltrone, a lustrare le loro pergamene. Nessuno ne sentirà la mancanza. Né a Venezia, né a Reggio Calabria.
Anime Nere, in uscita in Italia il 18 settembre, sarà proiettato in anteprima in Calabria, il 15 a Catanzaro, il 16 a Reggio e il 17 a Locri