Direttore: Aldo Varano    

LA STORIA. Tre medici, un paziente e due donne (metà streghe, metà angeli)

LA STORIA. Tre medici, un paziente e due donne (metà streghe, metà angeli)
angio L’ambulanza era giunta al pronto soccorso pochi minuti dopo che il farmacista, al quale mi ero rivolto per un controllo della pressione, conoscendo la mia storia sanitaria aveva deciso di chiamare il 118.

La sudorazione fredda, i valori pressori fuori norma e la sensazione di un enorme peso sul torace non lasciavano molti dubbi interpretativi. Dopo gli accertamenti preliminari i medici del P.S. decidono il trasferimento in cardiologia. Giunto al reparto, è già sera inoltrata, c’è di turno una giovane dottoressa che per comodità di esposizione chiamerò “cardiologa 1”. Come da routine acquisisce le informazioni relative alle crisi precedenti e somministra i primi farmaci. Nel complesso la situazione appare sotto controllo, si tratta di una crisi anginosa (e non un infarto) ormai in fase decrescente ed io stesso non sono particolarmente allarmato. Ma inaspettatamente, nonostante la fase critica apparisse ormai superata, la “cardiologa 1” chiede che per il giorno dopo si prepari un posto letto in terapia intensiva.

La mattina seguente in terapia intensiva è di turno un medico, lo chiamerò “cardiologo1”, a detta di molti particolarmente bravo. Il “cardiologo 1” ripete opportunamente gli esami di routine e prescrive i soliti farmaci per questo genere di crisi. Alle mie domande sulle previsioni di degenza con ottimismo risponde che il giorno successivo (cioè il terzo) sarei tornato al reparto e forse addirittura mi avrebbero dimesso.

Nel pomeriggio di quel secondo giorno in ospedale è di turno una giovane dottoressa talmente minuta che a guardarla non gli daresti un soldo di cacio. La giovane, ad occhio e croce trentenne, che chiamo “cardiologa 2”, mi fa un interrogatorio di terzo grado, si documenta sui miei precedenti ricoveri e dopo un po’ emette il verdetto: d’intesa con la “cardiologa 1” ritiene opportuno un accertamento più pesante ed invasivo e cioè una angiografia coronarica (coronarografia).

A quel punto apriti cielo. Acquisisco all’istante la laurea con specializzazione in cardiologia e obietto alla “cardiologa 2” che: a) dopo il ricovero non ci sono stati altri episodi significativi di crisi; b) alcuni suoi illustri e anziani colleghi avevano sconsigliato il frequente ricorso a questo genere di interventi se non in casi di effettiva necessità. E inoltre aggiungo che l’area interessata è già stata abbondantemente stressata da ben otto interventi simili nel corso degli anni. Inoltre il suo collega “cardiologo 1” ritiene più che sufficiente trattare la crisi soltanto con i farmaci.

Ma la testarda non vuole sentir ragione! Continua ad affermare che la sua opinione era condivisa dalla collega “cardiologa 1” e comunque siccome l’indomani mattina non sarebbe stata presente avrebbe scritto nero su bianco che era necessaria una nuova coronarografia per accertare lo stato di deterioramento dell’area. Come è noto l’angiografia coronarica (pur essendo un indispensabile strumento di indagine) è un esame particolarmente delicato e non è esente da pericoli di vario genere. Prima di eseguirla vengono informati i parenti più prossimi e al paziente viene chiesto di sottoscrivere una dichiarazione di piena consapevolezza dei rischi. Inoltre alcuni anni addietro in occasione di un simile circostanza si era verificata una complicanza e due ore dopo la conclusione dell’indagine ero stato riportato in sala operatoria per un nuovo intervento.

E’ facile immaginare come quella “pazza” fosse riuscita a non farmi chiudere occhio per tutta la notte. Risentivo le parole pronunciate dall’anziano cardiologo qualche anno prima e contemporaneamente non riuscivo a spiegarmi perché quella “ragazzina” con tono accorato difendeva la sua tesi e tentava pure di convincermi.

Il mattino seguente chiedo di parlare con il medico di turno e dopo un po’ si presenta un nuovo dottore mai incontrato prima (cardiologo2) che ascolta con attenzione le mie osservazioni, ribadisce che la medicina non è una scienza esatta e non nega che tra i medici ci siano opinioni diverse in merito al mio caso.

Poco più tardi accanto al mio letto si avvicina un altro medico, “cardiologo 3”, che tiene in mano il foglio con le analisi effettuate di primo mattino e mi dice: “Lei ha i valori I.N.R. (tempi di coagulo del sangue) sotto la soglia di sicurezza per una coronarografia ed è a rischio di emorragia”.

E’ fatta nessuna coronarografia!

C’è da dire che il mio letto in terapia intensiva era vicinissimo alla stanza dei medici e quindi riuscivo a percepire stralci della conversazione che si stava svolgendo tra il “cardiologo 2” , il “cardiologo 3” e tra quest’ultimo al telefono con le due colleghe che apparivano irremovibili. Dal tono delle conversazioni capisco che il “cardiologo 1” si sia convinto della opportunità dell’intervento.

Era chiaro che non intendevo sottoscrivere il rifiuto formale ad eseguire la coronarografia e, sperando in una diversità di opinioni tra i medici, auspicavo quindi che non mi sarebbe stata proposta. Senonché poco dopo le 10 del mattino tre o quattro infermiere vengono ad avvisarmi che da lì a poco sarei stato chiamato per eseguire quella maledetta indagine. A quel punto ad alta voce inizio ad elencare i motivi della mia posizione e concludo con la frase da palcoscenico “Ricordatevi quello che vi ho detto perché quello che accade oggi in questo reparto non lo dimenticherete facilmente“.

Non sapevo più cosa fare, la situazione per me era stressante oltre ogni limite e inoltre mia moglie si era precipitata in ospedale per rendersi conto di ciò che stava accadendo. A quel punto mi viene chiesto di prendere la decisione definitiva. I medici si allontanano qualche minuto per lasciarmi riflettere, gli infermieri tutti in attesa nel corridoio a commentare l’accaduto ed io che nell’arco di un secondo cambio opinione dieci volte.

Alla fine tremante di paura decido per il sì all’intervento. Mentre in barella mi portano verso la sala operatoria mi passano davanti le facce di quelle due “streghe” che avevano innescato il mio supplizio pretendendo che facessi l’intervento.

La temperatura quasi sotto zero della sala operatoria, io nudo con un fazzoletto che copre l’intima parte, accenno ad un ultima trattativa con il medico che avrebbe eseguito l’esame: “Allora dottore facciamo la coronarografia se poi eventualmente occorresse continuare con l’angioplastica è meglio che ne discutiamo insieme”. Il medico acconsente anche se con tono beffardo mi ricorda che ho appena firmato i moduli di consenso a tutte e due le procedure.

Ebbene un’ora dopo l’ingresso in sala operatoria, con l’esecuzione delle procedure senza alcun intoppo, ne esco con un ramo coronarico che poco prima era ostruito al 90%. Lapidario il commento del medico che aveva coordinato l’equipe “Se non fossimo intervenuti il suo infarto era dietro l’angolo”.

Ah le donne: testarde, rompiballe . . . angeli!