Naturalmente lui è l’ultimo con cui avercela, anche se non è innocente. Sorprende che alla sua missiva non abbiano risposto i soliti della “ah, l’immagine della Calabria”, quelli con i piedi sempre al caldo: di fronte ai riflettori nazionali hanno sempre paura che si scopra di come avvenga la spartizione delle poche risorse in Calabria.
Nella lettera ormai famosa non c’è nulla di condivisibile, ci sono pochissime verità. È vero che i lavori di pregio, pochi, sono appannaggio del potere, ma non è vero che per fare il lavapiatti, il manovale, il cameriere e tanti altri lavori che il giovine giudica umili, si devono risalire i chilometri. I nostri, fuori, si adattano a lavori di cui si vergognerebbero in casa propria, e non si capisce di cosa ci si dovrebbe vergognare. Legittima è l’aspettativa di avere il meglio nel lavoro, e là in effetti tutto è riservato a pochi. Quindi è comprensibile la partenza di chi aspira a mete da noi non raggiungibili. Il fatto è, che girando, i nostri, spesso li troviamo a fare cose che da noi rifiutano, alle stesse condizioni. Giusto sarebbe rifiutarle ovunque, ma se si vuole la sola sussistenza e si sente la mancanza di casa, perché non restarsene al paesello?
La verità è che a cinquanta, sessant’anni, ci si possa arrendere, dopo aver verificato con la propria pelle che il potere da noi è così granitico che urtarci è solo dolore e ferite. Ma lasciarsi convincere, a vent’anni, dai vecchi, e spesso protetti, che non ci sia nulla da fare, che è meglio mollarla subito la spugna, è un affondarsi nella palude dei vinti che ha sempre fatto il gioco dei vincenti.
Lanciare un messaggio dalla scaletta di un aereo, non rispetta se stessi. Che già l’aereo è un insulto per quelli andati via per fame su carri bestiame e bastimenti infami. Lasciare un’ingiuria non rispetta quelli, e non sono stati pochi, che ci hanno rimesso tutto per lasciarci quel poco che abbiamo. E in fondo, per quanto brutto, il nemico di oggi sarebbe molto più abbattibile di quello, sanguinario, di qualche anno fa.