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Il corpo oltraggiato di Becky e lo scempio del progetto etico di Mimmo Lucano

Il corpo oltraggiato di Becky e lo scempio del progetto etico di Mimmo Lucano
Becky Moses  L’immagine di Becky Moses ingigantita dai teleschermi che, in questi giorni,  ne commentano la vicenda, sembra tratta da un’opera dell’artista pop americano Andy Warhol: colori vividi, pelle scura, chioma afro, gioielli vistosi. Eppure quel corpo di donna, esibito in maniera gioiosa nei profili social che lei stessa aveva costruito, nell’intuibile tentativo di inscenare un altro diverso personaggio a sostegno di una triste identità, oggi ridotto ad un lacero grumo senza vita, è stato a lungo vilipeso ed oltraggiato dalla storia recente, già prima di essere incenerito dalle fiamme di qualche giorno addietro,  nella precaria tendopoli dove l’emarginazione che va di pari passo con l’immigrazione clandestina, l’aveva sospinta.

Migliaia di vite in una sola, durata appena ventisei anni, sono quelle che possiamo immaginare dietro alla misera esistenza di Becky, un’intera lunghissima crocifissione, con chiodi acuminati e fissi tutti su di un unico inerme corpo di donna. L’infanzia povera in Nigeria, una madame convincente, il viaggio attraverso l’Africa in condizioni disperate, l’attraversamento di quel Mediterraneo che noi abitanti della Costa Viola contempliamo terso e cristallino ma che nei giorni dell’attraversamento dei migranti diviene opaco di mute lacrime quando non di violenze e sangue. E poi le mani dei soccorritori, le mani dei medici all’atto di toccare il suolo europeo, gli occhi rivolti alla rassicurante bandiera azzurra dell’Europa accanto a quella dell’Italia, entrambe sventolanti in una danza sempre più sfilacciata verso il basso, infine la terra promessa del riscatto che presenta il suo conto, che rivuole quel corpo. E lo rivuole come merce di scambio, uno scambio di piacere e di danaro, una favola lunga quanto è la storia del mondo. Il corpo di Becky assume così le fattezze di quello della peccatrice biblica e viene usato per ripagare il viaggio e per sopravvivere nello schema immobile che va da uno slum all’altro, da quello di partenza dell’Africa disastrata a quello di arrivo dell’Europa disorientata e impaurita.  

Senonché quel corpo, un momento di dignità, nel progressivo inselvatichirsi di luoghi e volti, nella triste rapina di umana essenza legata alla gestione degli immigrati, l’ha avuto.

E chiedersi dove l’abbia avuto è un puro artificio retorico perché il dove è stampato su una carta di identità che in questi giorni è stata riprodotta innumerevoli volte in tutti i mezzi di comunicazione. Il luogo si chiama Riace e colui che ha rilasciato quel rettangolo di carta, con visibili stampigliature riconducibili all’autorità di uno Stato, ha un nome: Domenico Lucano.

L’unico esponente di un’istituzione che ha reso quel corpo un essere riconoscibile operandone, con estremo coraggio, una redenzione, salvandolo, dall’essere merce.

Oso pensare che dinanzi a quel corpo di donna  annerito, a quella madonna nera come le tante venerate in questo Sud,  da Tindari a Seminara, il non voler  ricomporre il puzzle attorno a Riace, costituisca, una omissione gravissima, un autentico scempio di un  progetto etico e di un esperimento sociale senza eguali nella storia recente che meritava, proprio per la visionarietà che lo connotava, un’attenzione extra ordinem, una lucida presa d’atto di un’eccezione rispetto a ferree quanto disarmoniche norme amministrative che, in nome dell’emergenza umanitaria, e dell’impegno del Sindaco, potevano essere interpretate in maniera benevola e lungimirante.