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PLATÌ. Torna la Commissione d’accesso antimafia. E’ l’ennesima, ma non sarà l’ultima

PLATÌ. Torna la Commissione d’accesso antimafia. E’ l’ennesima, ma non sarà l’ultima
platì Ancora una volta arriva la Commissione d’accesso a Platì. E ancora una volta arriva quando ad occupare la sala consiliare non c’è più nessuno, dopo la caduta del governo di Rosario Sergi, costretto a rimettere la fascia a posto dopo essere stato abbandonato dai suoi uomini, decretando l’inevitabile caduta dell’amministrazione e l’arrivo di un funzionario prefettizio.

Oggi, però, il Prefetto di Reggio ha spedito al palazzo di città i suoi ispettori, con lo scopo di verificare eventuali infezioni mafiose. Il commissario Francesca Iannò si era insediato solo lo scorso 21 febbraio, interrompendo il breve periodo di ritorno alla democrazia dopo l’esito delle elezioni del 5 giugno 2016, quando, dopo anni di commissariamento e di rinuncia da parte dei cittadini al voto, era stato eletto Sergi. Un’elezione conquistata lottando con i denti, affrontando quello che per anni è stato il rifiuto, da parte della gente, di tornare alle urne, sapendo già di essere destinati allo scioglimento.

E oggi i fatti sembrano dare ragione a loro, alla gente: nonostante la caduta dell’amministrazione, causata dalla dimissione di quasi tutto il Consiglio comunale, che al suo ultimo giorno di vita contava soltanto tre elementi, il Prefetto ha spedito una commissione per verificare la presenza della ‘ndrangheta in Comune. Soltanto pochi giorni dopo essere «venuta meno l’integrità strutturale minima del consiglio comunale compatibile con il mantenimento in vita dell’organo», come si leggeva nella nota inviata dal ministro dell’Interno Marco Minniti al presidente della Repubblica Sergio Mattarella, decretando come unica soluzione possibile quella dello scioglimento. Ma l’ombra della Commissione d’accesso era nell’aria ancor prima delle elezioni, un’ombra creata dalle parole della Commissione parlamentare antimafia, che nel vagliare la candidabilità degli aspiranti amministratori di quella tornata elettorale aveva espresso giudizi severi.

Era stato Claudio Fava, nel presentare la relazione sui candidati in conferenza stampa, a riassumere il tutto, parlando di frequentazioni e parentele difficili nell’alveo della cosca Barbaro. Nonostante la “purezza” dei candidati, tutti incensurati, aveva evidenziato il vicepresidente della commissione. Che aveva chiarito i suoi timori: «Ci troveremo in un Comune governato per interposta persona dalle cosche». Ed ecco, dunque, che quel sospetto si è trasformato in un atto di indagine messo in piedi dalla prefettura nelle stanze del Comune, alla ricerca di atti, documenti e piccoli indizi di un possibile contagio. Così dopo tre scioglimenti in dodici anni, il quarto sembra ora alle porte.

A sfidarsi, due anni fa, erano state due liste civiche - una guidata da Ilaria Mittiga, figlia del sindaco a capo di due delle amministrazioni sciolte, l'altra da Rosario Sergi, che per mesi si è schierato contro la piddina Annarita Leonardi, che ha rinunciato alla candidatura il giorno prima della presentazione delle liste. Nessuno dei candidati risultava coinvolto in inchieste, ma a infastidire la Commissione antimafia erano quelle parentele scomode.

«Non sono state rilevate condizioni ostative alla candidatura in base al codice di autoregolamentazione approvato dalla Commissione Antimafia», si leggeva nella relazione. Ma, evidenziava, «non può omettersi di considerare che nel territorio di Platì operano alcune tra le più pericolose organizzazioni della ‘ndrangheta, radicate sul territorio in un contesto sociale, culturale ed economico spesso arcaico, privo di ampio respiro, caratterizzato da forti legami di sangue». Un territorio, aggiungevano Bindi e i suoi, nel quale «non si può escludere che sulla vita di relazione dei singoli incida – in qualche modo – la situazione logistica e ambientale del comune». La commissione aveva stigmatizzato il passato di Sergi, che aveva già rivestito la carica di consigliere di minoranza in una delle amministrazioni sciolte per infiltrazioni mafiose. «Dagli atti di indagine - aggiungeva la commissione - risulta che Sergi Rosario ha rapporti di affinità con esponenti di vertice della cosca Barbaro». Ma non solo. Nella relazione veniva anche evidenziato che era stato Sergi ad organizzare, il 29 marzo 2016, una manifestazione di dissenso nei confronti di alcune dichiarazioni di Minniti.

«Alla predetta manifestazione - si legge nella relazione - erano presenti circa cento persone, tra cui numerosi esponenti di famiglie di ‘ndrangheta operanti nel territorio». La commissione aveva sottolineato anche la presenza, nelle liste, di numerosi candidati con «rapporti di parentela, di affinità o frequentazioni con persone ritenute ai vertici dei sodalizi mafiosi dominanti in quell’area territoriale, intranee o contigue a tali sodalizi, oppure intrattengono rapporti o hanno contatti con sorvegliati speciali o con persone sottoposte a libertà vigilata». Oltre a Ilaria Mittiga, figlia del sindaco cacciato via da una scioglimento precedente, anche un altro candidato della sua lista era stato additato per «identico rapporto di parentela con un ex assessore della giunta eletta nel 2004 e sciolta nel 2006 per infiltrazione mafiosa. Dalla documentazione acquisita emerge, anche in questo caso - concludeva la relazione -, che numerosi candidati hanno “una fitta rete di parentele e frequentazioni” con persone in organico o contigue alla criminalità organizzata o gravate da precedenti di polizia, o già sorvegliati speciali di pubblica sicurezza. La stessa situazione riguarda numerosi sottoscrittori di entrambe le liste».

E dopo due anni, la commissione ha sganciato il colpo: bisogna verificare se Platì è “inquinata”.