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Noi e i migranti: mano nella mano per restare umani

Noi e i migranti: mano nella mano per restare umani
mano Anche se gli sbarchi nel porto di Reggio si sono interrotti, le persone che per mesi hanno accolto e fornito le prime cure ad una moltitudine di disperati, oggi sono bloccata nell’inferno libico, hanno inteso, qualche sera fa, durante la veglia di preghiera dal titolo “Mano nella mano” restituire “il senso profondo ai gesti e alle parole, spiega Bruna Mangiola responsabile del Coordinamento diocesano sbarchi, condivisi con i fratelli migranti”.

A che serve pregare se le mani non possono più tendersi in aiuto di altre mani?  La veglia organizzata nella Chiesa di s.Francesco di Paola dall’Arcidiocesi di Reggio Bova e curata dal Coordinamento è stata molto partecipata e significativa. Soprattutto è una testimonianza importante di impegno civile e di resistenza umana in un momento buio nel quale si giunge a stigmatizzare pesantemente chi aiuta i migranti. Ricordiamo il recente episodio della guida alpina e dell’equipaggio dell’ong che hanno salvato una donna che stava per partorire e altre che rischiavano di annegare e per questo si trovano sotto inchiesta. Come ha scritto Fabrizio Gatti su Repubblica “La conseguenza di quanto sta accadendo dalle Alpi alla Sicilia non è semplicemente la criminalizzazione della solidarietà. È anche l’intimidazione giudiziaria verso quanti si dovessero trovare nelle circostanze di dover salvare un bambino straniero tra le montagne o gli occupanti di un gommone alla deriva”.

Continuare ad esserci, per non restare in silenzio. Per non dimenticare , con le parole di Tonino Bello, che più che dissipare l’ombra di Caino, bisogna accoglierla. Perché ci talloni in termini critici e censuri le violenze quotidiane di cui siamo protagonisti. E se qualcuno pensa che pregare è restare con le mani in mano e gli occhi fissi ad un cielo remoto si sbaglia di grosso. La preghiera mette in crisi. La preghiera interpella i cuori chiusi in una prigione di paura. I cuori malati di angosce inconfessabili che non sanno vedere lo straniero che alberga dentro e chiede d’essere accolto e accettato. Più facile respingere lo straniero che sbarca sulla nostra terra. La preghiera è quella che penetra quando ci si scopre stranieri a se stessi. Sta scritta sulla croce di legno segnata da tante mani. E’ sulla pergamena con i nomi di circa 27.000 persone annegate. L’ha portata a Reggio Martin Kolek, psicoterapeuta tedesco che nel paese d’origine continua a svolgere il difficile, “stancante e a volte spaventoso” lavoro di recupero di bambini e adolescenti rifugiati dal trauma subìto. Martin racconta della sua esperienza nel Mediterraneo a bordo di una nave da ricerca marittima vecchia di 50 anni, convertita ad Amburgo da volontari. Tredici, di paesi diversi, imbarcati nel 2016 per un solo motivo: aiutare chi era in pericolo di vita.

Durante la missione di 2 settimane hanno potuto salvare 600 persone “Non molte. In mare ho avuto a che fare con bambini morti che avevo tra le mie braccia e molte persone annegate che erano giovani, molti adolescenti”. Ricorda il gesto di pietà per i morti che galleggiavano e “per non farli sprofondare, mettevamo dei giubbotti di salvataggio”. L’esperienza provoca in Martin una crisi profonda. Condivide con gli altri soccorritori un pensiero molto amaro: “Oggi l’europeo in me è morto. Non sono più europeo”. Solo dopo diversi mesi, rivedendosi in un filmato, capisce che oltre quel buio, c’è lo spazio per una nuova dimensione perché “la vita umana inizia dall’altra parte della disperazione”. Dove?

Quando avevo in braccia i neonati annegati – ed eravamo soli, loro ed io – l’ho sentito: il regno di Dio non viene da solo . Dobbiamo agire noi, anche se in questo caso, siamo arrivati troppo tardi”.

Due dei bimbi tenuti tra le braccia da questo omone con la barba e i capelli rossi, che conosce il segreto della tenerezza, sono ora seppelliti nel cimitero di Armo insieme alle loro madri. Farci una visita, lì sulla collina, dove dormono i fratelli migranti, è un’altra esperienza da non evitare se vogliamo restare umani.