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GIACOMO MANCINI. Il calabrese riformista, libertario e garantista

GIACOMO MANCINI. Il calabrese riformista, libertario e garantista
gmancini Domenica è ricorso il sedicesimo anniversario della scomparsa di Giacomo Mancini, leader e ministro socialista, statista di rango, politico calabrese. Capace di prendere posizione contro i partiti dominanti e molta stampa, seguace del teorema giudiziario. Giacomo Mancini, socialista e garantista. Per questo pagò.

Domenica 8 aprile è ricorso il sedicesimo anniversario della scomparsa di Giacomo Mancini, leader e ministro socialista, statista di rango, politico calabrese, che mai fece venir meno la sua autorevole voce in difesa delle libertà civili e politiche, in battaglie difficili e scomode che, con puro garantismo, seppe mettere in campo, nella storia repubblicana. L’8 aprile è data vicina al 7 aprile, giorno che, nel 1979, segnò l’eclissi del diritto, come recita il titolo di uno dei pochi libri di Giacomo Mancini, dedicato all’ordalia giudiziaria contro gli esponenti di Autonomia Operaia perseguiti, in larga parte, per i loro scritti e le loro idee sovversive e non per reati accertati.

L’attualità della cronaca s’incrocia con l’anniversario manciniano e con la recente pubblicazione del libro di Toni Negri che, nel ‘processo 7 aprile’, fu l’imputato, mediaticamente, tra i più aggrediti, “Galera ed esilio. Storia di un comunista” (Ponte delle Grazie). Nel rievocare il dibattito parlamentare sul suo processo, Negri, come deputato radicale, ha evidenziato il discorso di Giacomo Mancini.

Mancini è stato, sempre, attento alle questioni fondamentali del Diritto e sicuramente non era un estremista. Anzi, era un riformista laburista, lontano anni luce dalle tesi postoperaiste e sovversive di Autonomia. Ma guardava al fondo le ragioni. E, infatti, Negri scrive che il discorso di Mancini, a Montecitorio, “fu formidabile” per “calore e intelligenza”.

Mancini, in quell’atto parlamentare, si compiaceva che il dibattito non fosse stato unanime «perché su tali questioni l’unanimità non ha giovato, in passato, come non ha giovato il fatto che le poche, o molte, voci di dissenso degli anni passati non siano mai arrivate all’attenzione di chi poi, alla fine, era chiamato a prendere le gravi decisioni, che sono state assunte».

La pratica parlamentare di Giacomo Mancini, in punto di Diritto e rovescio politico, è un apologo sul fumus persecutionis delle leggi eccezionali, provocate dal terrorismo. Per Mancini, i valori emergenziali (oggi sappiamo, con certezza, orditi dal Pci) «non possono essere i valori permanenti della vita nazionale». E Mancini poneva l’accento sul fatto che la questione della dissociazione, in carcere, andava valorizzata come elemento di pacificazione nazionale mentre il fumus ignorava e ometteva.

Disse Mancini, in quel dibattito: «Molti giornali e giornalisti hanno perso, completamente, la reputazione, durante questo periodo, per aver scritto cose incredibili, giurato e sottoscritto su verità, non provate, che successivamente si sono dimostrate false», non mancando di ribadire: «i nostri sentimenti, i nostri risentimenti e la opinione pubblica su queste cose, nel silenzio delle grandi forze politiche, ne sono state influenzate».

Un gigante, Mancini. Nel nome delle idee, al netto della questione, prendeva posizione contro i partiti dominanti e molta grande stampa, seguace del teorema giudiziario. Penso al particolare di oggi, nella quasi impossibilità di trovare parlamentari capaci di tanto ardire.

Il leader socialista fu, sempre, pronto a stare dalla parte del garantismo. Andò ai funerali dell’autonomo latitante Pedro, ucciso a Padova, a freddo, dalla Digos, che aveva scambiato un ombrello per un arma, farà sentire la sua voce di nuovo, in Parlamento, quando i carabinieri uccisero dei calabresi di San Luca, che stavano preparando l’ennesimo, odioso e intollerabile sequestro di persona, in Lombardia a Luino.

Mancini pagherà, da Sindaco di Cosenza, questo impegno, venendo indagato per collusioni con la ’ndrangheta e persino condannato, in primo grado, su dichiarazioni, mendaci, di sedicenti pentiti. L’Appello lo assolverà, dopo un calvario di non poco conto per chi la mafia l’aveva avversata, in ogni campo e in ogni dove. Riabilitato in sentenza. I suoi cittadini non furono mai sfiorati da dubbi sulla sua cristallina innocenza.

Un politico di rango. Esponente di spicco del centrosinistra e del meridionalismo.

Un avvocato del Sud e delle garanzie costituzionali. Ci manca un Giacomo Mancini.

Per questo, è giusto ricordarlo, perché le sue idee sono vive ancora per i libertari e i garantisti italiani.

* GIORNALISTA E SCRITTORE