COVID. Torna la paura. Anche a Sud

COVID. Torna la paura. Anche a Sud

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Qualcosa sta cambiando in peggio, sarebbe forse il caso di allarmarsi. Non saremmo difronte alla seconda ondata, non c’ è ancora burrasca ma qualcosa sta cambiando.

Perché diciamo che qualcosa sta cambiando? I numeri parlano. Consideriamo il tasso di positività, ovvero il numero di persone che risultano contagiate su cento tamponi effettuati. E consideriamo le ultime cinque settimane. La prima settimana avevamo un tasso di positività pari a 1,47 (1,47 positivi su cento tamponi); nella seconda il tasso era salito a 1,64; più a 1,71, nella penultima era di 1,74, in quest’ultima settimana il tasso risulta pari a 2,02. E la tendenza a salire sta proseguendo in queste ore.

  Anche comparata a metà agosto (tasso pari a circa 1,5) e a fine luglio (tasso pari a circa 0,69.

Questa sequenza mostra due gradini, con un primo salto – o, se volete, una prima onda – a inizio agosto, poi una sostanziale stabilità, ora una nuova onda. Anzi un nuovo treno d’onde. Che non costituiscono uno tsunami. Ma dobbiamo essere vigili, molto vigili. Tutto dipende da noi. Possiamo far evolvere la situazione in modo che il virus non si diffonda a velocità maggiore (e magari rallenti) ed evitare che invece evolva verso la situazione che in questo momento subiscono altri paesi.

Consideriamo i grandi paesi europei. In questo momento la Spagna è quella che sta peggio, seguita dalla Francia. Il tasso di positività nel paese iberico è infatti di 10,2: cinque volte il nostro. I cugini d’oltralpe invece accusano un tasso di positività di 9,22: più di quattro volte il nostro. Per quanto strano possa sembrare, dato quello che leggiamo, sta meglio di noi solo il Regno Unito, che ha un tasso di positività di 1,39: il 30 % in meno del nostro.

Il motivo di queste discordanze sta nel fatto che troppi considerano soli i casi di positività rilevati: 25.184 in UK tra il 21 e il 27 settembre, contro gli 11,535 dell’Italia. Il fatto è che, dopo la prima sbandata di Jhonson, in Gran Bretagna fanno tamponi a tappeto: 1,8 milioni nella settimana di cui sopra contro i nostri 650.000. Più tamponi si fanno, più contagiati si trovano.

Ma ritorniamo all’Italia. Siamo in una condizione di precarietà, circondati come siamo da vicini dove l’epidemia è molto più diffusa: in Austria il tasso di positività è di 4,5; in Croazia di 4,4, in Slovenia di 5,2. Non disponiamo dei dati svizzeri.

Come dice Andrea Crisanti, dell’Università di Padova, dovremo iniziare ad allarmarci quando il numero di contagi rilevati (a parità di tamponi effettuati) sarà triplicato e si avvicinerà a quello dei nostri vicini. Dobbiamo però fare di tutto perché questo non accada: con il coltello fra i denti, come ha detto il ministro Roberto Speranza.

A cosa è dovuto l’incremento dei casi di positività? Non lo sappiamo con esattezza. Potrebbe essere una coda dell’estate e delle deroghe al distanziamento fisico tra le persone: movida e discoteche, certo, ma soprattutto mobilità con ogni mezzo di trasporto (auto familiare forse esclusa).

Sta di fatto che chi si è contagiato durante l’estate è tornato alle proprie case e ai propri luoghi di lavoro e ora sta diffondendo il virus. Questi dati, in ogni caso, non risentono ancora dell’apertura delle scuole. Potremo valutare il ritorno tra i banchi solo tra una settimana o due. Poi c’è l’inghippo Immuni: il numero di persone che hanno installato l’applicazione Immuni è aumentato ma il rischio è che il sistema sanitario non riesca a gestire tutte le segnalazioni e a fare i tamponi.

La app Immuni di tracciamento dei contagi oggi è in funzione sul 20 per cento degli smartphone in circolazione in Italia, percentuale dalla quale sono esclusi i minori di 14 anni, ma quest’estate era addirittura peggio.
 Ma c’è una domanda a cui in pochi sembrano in grado di rispondere: se venisse scaricata di più, il nostro sistema sanitario sarebbe in grado di svolgere al meglio l’attività di contact tracing?
 Il rischio, infatti, è che con un aumento delle segnalazioni di contagio ospedali e Asl non riescano a gestire l’afflusso dei dati, essendo già oggi in difficoltà.

Cosa, dunque, possiamo fare? Ovviamente evitare affollamenti (assembramenti è una parola che colpevolizza e spiega di meno). Dunque no alle discoteche, grandissima prudenza negli stadi, oculatezza al bar e ai ristoranti. Attenzione particolare agli anziani. Tutto questo e altro ancora tocca a noi cittadini. Ma c’è qualcosa che tocca anche alle autorità politiche: occorre aumentare il numero dei tamponi. Passando dagli attuali 100.000 al giorno ai 300.000 del Regno Unito. Non (non solo) per avere statistiche più precise, ma per avere la possibilità di individuare i contagiati (soprattutto quelli asintomatici) e tracciare i loro contatti. Questo è lo strumento migliore per rallentare il treno d’onde dei contagi. Il virus non ascolta, non vede. Colpisce i buoni e i cattivi, quelli che lo temono, quelli che ciarlano della sua inesistenza. Colpisce i potenti e i cretini tra i potenti come gli altri, che sono la maggioranza.

I prossimi tre giorni sono comunque decisivi per decidere: entro mercoledì Conte e i suoi ministri dovranno forse prendere decisioni più drastiche, come la limitazione della mobilità nelle regioni o tra le regioni, oppure limitarsi a lock down per circoscrivere i focolai più gravi. Molto dipenderà dall’evoluzione dell’epidemia. L’’Italia ha superato largamente quota 4.000 nei nuovi contagi, come del resto la Germania. Ma i Paesi vicini stanno pure peggio: i Paesi Bassi sfiorano i 6 mila positivi al giorno, il Regno Unito è oltre quota 17mila, la Francia ha superato i 18mila casi. La temuta seconda ondata, insomma, in Europa è già arrivata.

Ma se il virus corre di nuovo nel vecchio continente, c’è anche chi si sta rapidamente reagendo a questa nuova situazione. Mercoledì il governo ci dirà come cambierà la nostra vita, un po’ come accadeva ogni settimana tra febbraio e marzo.