IL CORSIVO. Le parole, gli insulti, Spirlì

IL CORSIVO. Le parole, gli insulti, Spirlì

E’ stato detto già tutto nei giorni scorsi sull’assessore regionale nonché’ vicepresidente della Regione Calabria, Nino Spirlì, e le sue uscite su froci e negri, ma forse è opportuno tornarvi per un solo segmento: le parole, la Costituzione e l’italiano. Lo ha meravigliosamente fatto Maurizio Alfano su Strisciarossa.

  La lingua italiana è, infatti, meravigliosa. Un accento, una vocale in più o meno, e le parole possono assumere significati contrapposti a volte, differenti altre. La lingua italiana è per questo meravigliosa come la nostra Carta Costituzionale che sancisce e difende la libertà di espressione di tutti, così come la dignità sociale di ogni essere umano senza distinzione di sesso, razza, lingua, religione, opinioni politiche o condizioni personali.

 Le parole subiscono il fascino o il peso del contesto in cui vengono espresse. Dire ad una donna “mi hai stregato”, che implicitamente consiste nel definirla una strega, è in questo contesto ammaliante, è persino un complimento, nonostante il significato letterale del termine. Usare parole come nigri [negri] in un contesto nazionalista e sovranista, dove lo sfondo è la retorica dei migranti come causa di ogni problema per l’ordine e la sicurezza pubblica va da se, senza doversi spingere troppo in là con fantasiose interpretazioni, che fa emergere la connotazione dispregiativa alla quale l’espressione si presta. Ritornando alla libertà di espressione però, la stessa ci consegna dunque il limite non tanto del politicamente corretto, ma del buon gusto, del buon senso.

Proprio in questa direzione, guardando alla natura, e nel rispetto di ogni essere umano, qualsiasi sia il suo colore o orientamento sessuale “non mi faccio carico nemmeno di prendere in prestito parole dispregiative all’uopo coniate, ovvero di nascondermi – spiega Alfano - dietro i significati dialettali o ancestrali sapendo che nel momento in cui le uso servono [e ne sono consapevole] a dargli un altro significato – quasi sempre offensivo, dispregiativo, discriminatorio, vessatorio dalla quale ogni uomo non di cultura, ma di buon senso, dovrebbe tenersi distante”.

 Di più, è necessario tacitarsi al contrario se alcune espressioni possono essere sdoppiate dal loro significato primigenio per essere consegnate a violente manipolazioni che hanno evidenti ripercussioni negative in danno poi di chi ne è fatto oggetto di discriminazione. Prima di ogni bisogno intimo o di comodo dovremmo sapere soppesare il peso di una parola e le sue conseguenze.

La Nigrizia, nel senso primigenio e nell’uso corrente che ne fanno ancora i monaci missionari è deturpata e sempre più vilipesa per l’imperizia anche culturale di questo Paese. La Negritudine, che è l’insieme dei valori propri della tradizione culturale nera nelle sue diverse affermazioni ed espressioni [cfr. enciclopedia Treccani], è anch’essa messa sotto attacco dall’uso distorto in contesti chiaramente ostili che si può fare di etimi come “nigri”. E questo è un fatto. La negritudine, e il complesso di valori che rappresenta, viene così con grettitudine liquidata e con essa le popolazioni che la rappresentano. Ecco quanti danni possono fare congetture e pregiudizi, ovvero parlare per ascoltarsi. Ed anche questo è un fatto.