CVIRUS. Ma tracciare i contatti ormai è impossibile

CVIRUS. Ma tracciare i contatti ormai è impossibile

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Decidere quali strategie seguire in un momento straordinariamente complesso e variabile come l’attuale non è semplice e ne sono consapevoli tutti i leader di governo in tutto il mondo. Misure troppo restrittive possono apparire sproporzionate e suscitare il malcontento tra la popolazione, restrizioni più caute possono rivelarsi inefficaci nel ridurre i nuovi contagi.

Ogni decisione si riflette inoltre sull’andamento dei contagi con un ritardo di circa due settimane, per questo oggi occorre pensare a misure che siano adatte allo scenario che si potrebbe presentare tra 15 giorni. In un certo senso, le scelte devono apparire sproporzionate oggi, nella speranza che si rivelino adeguate un paio di settimane dopo. Fare la cosa giusta non è dunque semplice, soprattutto se nel frattempo non si mantiene una buona organizzazione di tutto ciò che serve per contenere un’epidemia, dal tracciamento dei contatti alla capacità di testare rapidamente i potenziali infetti.   Ed e’ sul tracciamento dei contagi che ormai non ci siamo piu, in Calabria come in tutta Italia.

Il tracciamento dei contatti (il famigerato contact tracing) è ritenuto essenziale per contenere la diffusione della pandemia dall’Organizzazione Mondiale della Sanità e da diverse altre istituzioni sanitarie. All’aumentare dei nuovi casi positivi, diventa però sempre più difficile farlo se non si hanno le risorse e un numero adeguato di addetti. In Italia sta succedendo esattamente questo.

La responsabilità del contact tracing è delle aziende sanitarie locali (ASL) e viene svolto in due modi: intervistando chi risulta positivo, ricostruendone i contatti avvenuti da 48 ore prima e fino a due settimane dopo l’insorgenza dei sintomi (o la raccolta del campione per il test, nel caso degli asintomatici); attraverso l’applicazione Immuni, ma con modalità ancora non completamente definite e che rendono la prima opzione più praticabile secondo il giudizio di molte ASL.

A Milano, per fare un esempio, oggi ci sono circa 150 addetti (tracer) che si occupano del contact tracing: sono il triplo di quanti ce ne fossero all’inizio dell’epidemia, ma non sono comunque sufficienti. Il sistema ha retto più o meno fino alla riapertura delle scuole, poi all’aumentare dei casi è finito sotto grande pressione e oggi è sostanzialmente collassato. 

Secondo stime indipendenti, come quella svolta a metà ottobre dal Sole 24 Ore, i tracer in tutta Italia sarebbero poco più di 9mila.
Bartolomeo Griglio, responsabile del contact tracing in Piemonte, ha spiegato al Post che “oggi fare il contact tracing è molto complicato. Durante il lockdown ogni caso positivo aveva 3-4 contatti, oggi questo numero è salito a 30-40. I casi più complicati sono quelli che richiedono una ricerca attiva. Se per esempio una persona poi risultata positiva va in palestra e il gestore ha tutti i nomi di chi era presente in palestra, quel giorno e a quell’ora, è tutto più facile. Se non li ha, ci sono da fare parecchie indagini, che portano via tempo”.

Responsabili del contact tracing in altre regioni  hanno descritto situazioni e difficoltà simili, segnalando come i problemi derivino spesso dalla lentezza con cui sono effettuati i test. Anche nel caso in cui ci sia un gruppo di tracer abile e attrezzato, se sono necessari giorni prima di avere l’esito di un tampone diventa più difficile procedere con il tracciamento, perdendo tempo prezioso.

Negli ultimi giorni ci sono stati annunci e iniziative da parte di politici e autorità sanitarie per prendere contromisure, ma senza un piano che indichi come si possa rimettere in piedi un sistema che arrivati a questo punto - e con un grande aumento dei positivi - non sembra essere più aggiustabile.