di VITO BARRESI - Dilatentur spatia caritatis, S. Augustini Sermo 69, si aprano spazi alla carità, cioè a quell’amore del prossimo, che ha per sorgente l’amore di Dio, questo fu l'affisso che Monsignor Giuseppe Agostino espose alla sua porta fin dal giorno che venne consacrato vescovo a Crotone, era il lontano 11 febbraio 1974, ancor prima prete dal 15 luglio del 1951, quasi vent'anni trascorsi da parroco nella chiesa Maria Santissima Immacolata di Villa San Giovanni e, infine, arcivescovo in Cosenza dove è uscito da questo mondo il 24 marzo 2014.
Orgoglioso della sua anagrafica reggina, Giuseppe Agostino è stato, ovunque e comunque abbia svolto la sua missione ecclesiale, un eminente esponente della Chiesa italiana post consiliare, fornito di un proprio impianto cattolico innovatore e coraggioso, una fede robusta, incrollabile e cristocentrica, sempre proteso alla ricerca di nuovi confini dove sperimentare una germinativa inculturazione della fede nella modernità complessa e spesso complessata dell'uomo del sud, del calabrese, atavicamente stretto tra fatalismo e rassegnazione.
Attento osservatore della pietà popolare, egli fu tra i primi in Italia ad aprire piste inedite tra le quali spicca la scelta di una radicale avversione alla mafia, pronunciata più volte già dal 1989 in Consiglio regionale nel corso della Terza Conferenza Mafia Stato Società.
Costante, quasi proverbiale e talvolta 'scandalizzante' certi ambienti di conservatorismo ecclesiastico, fu la sua professa apertura di un dialogo costante con i non credenti, oltre gli anatemi e gli steccati, specie con l'allora Partito Comunista Italiano, e più in generale con i pensatori laici, giornalisti, filosofi, e tra gli altri anche alti esponenti della Massoneria. Tuttavia il suo tema basilare restò la comprensione e l'attualizzazione del nesso fede e cultura nella più ampia cornice delle linee evolutive e inespresse del Vaticano II, mettendo al centro della sua attività episcopale la prassi convergente di Evangelizzazione e Promozione umana. Inaspettatamente trovò proprio nella periferica realtà diocesana di Crotone una soggettività pastorale che lo espose alla più qualificata evidenza nazionale ed europea, facendo leva nell'attenzione quotidiana alla fenomenologia della vita operaia, la dimensione umana dell'esperienza nel modello di fabbrica fordista novecentesca, incastonata e territorializzata nel sottosviluppo estremo del Mezzogiorno. Una localizzazione che si svelò a lui come una fucina solare, diurna, appercettiva di un cattolicesimo popolare più vivo e insieme profondo, più attuale e prospettico. Tanto materiale culturale, tale straordinaria fonte di relazionalità, talvolta persino esuberante, venne epicamente sussunta, memorializzata e simbolicamente spesa in quella che resta una ancora non narrata né accuratamente sondata partecipazione diretta da parte di un vescovo alle lotte operaie e alla rivolta industriale, la cui cronaca si rappresentò a Crotone con la repentina e tumultuosa chiusura delle industrie chimiche di Montedison e Pertusola.
Aveva come dote innata, intensamente raffinata dagli studi e dagli approfondimenti specifici, e poi già dal dopoguerra dagli incontri con i più qualificati e autorevoli protagonisti della scena istituzionale italiana (tra gli altri De Gasperi, Aldo Moro, Antonio Segni) grande passione, quanto sopratutto acuta intelligenza della politica, così che i suoi interventi in questo campo furono costanti e innumerevoli, forse si potrebbe asserire, il tessuto connettivo della sua stessa biografia sacerdotale.
Emblematicamente la sua lettera pastorale per la quaresima del 1989, anno di grandi sconvolgimenti ideologici, fine improvvisa della cortina di ferro tra collasso delle ideologie e crollo della storia progressiva, la plateale caduta del muro a Berlino, si connota come occasione per intravedere un nuovo orizzonte per tutto il cattolicesimo politico italiano ed europeo, una grande opportunità di rilancio dell'impegno cristiano nel sociale in nome della civitas, negli anni dell'inglorioso declino della Democrazia Cristiana.
Intitolata “Fede e politica: quale dialogo” quel documento costituisce un'indagine puntuale che smantella le vecchie sovrastrutture, per individuare le strutture comportamentali necessarie alla politica contemporanea, per il superamento della sua stessa crisi, in quanto essa stessa in crisi, dentro la crisi, condotta dalla crisi, elencandone vari punti di debolezza tra quali spiccavano la mancanza di una educazione al bene comune, la scarsa propensione all'ascolto dell'altro e del diverso, la devastante persistenza di una subcultura del nemico, del sospetto, della diffidenza. Nodi che nella nuova realtà del pluralismo, della differenziazione, del segmento e delle minoranze i cristiani laici sono chiamati a sciogliere con un supplemento di sofferenza, testimonianza autentica nello spazio prezioso della cosa pubblica, elaborando una coscienza critica, la sola in grado di dare volto umano al rapporto tra fede e politica.
Figlio di un ferroviere e di una professoressa amava la sua Reggio Calabria e ne conservava il mito nativista e la dolce nostalgia dei ricordi familiari. Dotato di una personalità molto sensibile, delicata eppure virile, fu attento ai sentimenti e agli affetti veri. Oltre ogni suo dire sapeva quanto contasse l'essere, la più nobile esplicitazione di un alto senso di rispetto verso il suo prossimo.