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La scomunica, il sepolcro e il pugno in faccia - VITO BARRESI

La scomunica, il sepolcro e il pugno in faccia - VITO BARRESI

scomunica     di VITO BARRESI - Da ora in poi, dopo la solenne scomunica contro la ‘ndrangheta sillabata al centro di un campo di ristoppia bruciata dal sole del profondo sud, dal Papa Francesco venuto da Roma, nessuno in Calabria potrà più frugare nella polvere, per mescolare e modellare, fino a far dileguare sparire, quel punto ad limina, dove il sacro si è confuso col profano.

E quando Francesco ha profferito quella maledetta parola ‘ndrangheta, che solo a sentirla profana lo spazio cristiano e l’integrità della fede, allora si è capito che il pugno in faccia c’era davvero, lo stacco netto determinato, la cesura chirurgicamente effettuata, chiudendo per sempre una storia di ambiguità, coperture, ammiccamenti, sminuizioni, oltrepassando l’epoca in cui come poetava Ignazio Buttita e cantava Rosa Balistreri mafia e parrini si dettIru la mani.

La lunga e sofferente sequela di peccati mortali, purtroppo custodita nell’eredità della Chiesa del passato, è stata d’un colpo spazzata via dal vento del coraggio e della verità. Così il Papa argentino venuto in Calabria nella terra di Cassano ha fatto il suo goal mondiale, si può dire copernicanamente rivoluzionario, mettendo sopra ogni pretesa di falso giustizialismo del mito mafioso e del folklore ‘ndraghetista, l’epica spavalda e misera dei tre cavalieri spagnoli, oscuri e inquietanti, i mostri sacri della subcultura mafiogena, la più pesante delle pietre tombali.

La scomunica è in diritto ecclesiastico la più grave delle censure, una pena letale, poiché comporta l’esclusione dalla comunione del battesimo. E per quanto la si voglia soltanto guardare dal lato del crimine mondano, esterno alla gerarchia della Chiesa Romana, questa condanna riguarda anzitutto ogni prete in odor di mafia, ogni parrino collegato con la ‘ndrangheta, poiché il condannato è soggetto al triplice divieto di prendere parte attiva come ministro alla celebrazione eucaristica e di qualsiasi altra cerimonia di culto pubblico o liturgico, di celebrare i sacramenti o i sacramentali e di ricevere i sacramenti, di esercitare qualsiasi ufficio, ministero o incarico ecclesiastico.

Francesco ha pronunciato senza esitazione la scomunica della ‘ndrangheta, appena pochi minuti dopo essersi fermato in preghiera sullo spiazzo della canonica dove è stato ucciso il parroco don Lazzaro. Quel nome, così denso e risonante di richiami, memoriale evangelico di quel passo dedicato a Lazzaro, evidentemente, ha suscitato intensa commozione nel Pontefice, che salendo in macchina per raggiungere la spianata di Sibari è apparso assorto, contratto nel suo pensiero. Quasi fosse andato a quel sepolcro, nella luce del Mediterraneo, per togliere la pesante pietra sopra una tragica vicenda e liberare, non solo simbolicamente, la Calabria dal peggiore dei suoi nemici, il crudele e sprezzante demone della ‘ndrangheta che ha falciato migliaia di vite umane, sfigurando il cuore e infangando l’onore del popolo buono che da millenni abita questa terra.