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De Raho, Roberti e la sconfitta della ndrangheta - di MASSIMO ACQUARO

De Raho, Roberti e la sconfitta della ndrangheta - di MASSIMO ACQUARO

lib       di MASSIMO ACQUARO - Ci voleva un pentito illustre come Iovine per capire qualcosa non solo della strategia di lotta ai casalesi, ma anche del futuro della lotta alla ndrangheta. Caro Direttore, lei, in un intervento recente a ricordo di Giovanni Falcone, ha formulato la solita, irritante domanda: “Ma la ndrangheta quando si batte?”.

Sia chiaro irritante per quelli che invocano lo stato di guerra permanente contro i clan, chiedono mobilitazioni, invocano leggi eccezionali e qualche sovvenzione, ma che si guardano bene dall'indicare una data (anche molto grezza) entro cui le mafie saranno battute o almeno messe all'angolo. Non chiede molto, immagino, almeno che le si dica il decennio in cui questo dovrebbe accadere (2020, 2030, 2040?).

Ma, come dicevo, il pentimento di Iovine, boss di primissimo piano dei casalesi (una delle tante componenti della camorra napoletana, non tutta la camorra sia chiaro) ci aiuta a capire. Il superprocuratore Roberti, intervistato giorni or sono dal Mattino di Napoli, ha detto che i casalesi sono stati definitivamente sconfitti, certo resistono, ma sono agli sgoccioli. In quell'intervista ha detto il dr. Roberti una cosa importante: sono occorsi 30 anni di duro lavoro giudiziario, centinaia di arresti, dozzine di confische, scioglimenti di consigli comunali a raffica, purtroppo centinaia di morti per venire a capo di un cancro giustamente paragonato dagli esperti alla mafia siciliana ed alla ndrangheta calabrese quanto a potenza e capacità di infiltrare la società.

Un periodo lungo, ma accettabile. Nel 1984, secondo quell'autorevole magistrato, è iniziata una stagione di lotta che, poi, Saviano con il suo Gomorra ha portato alla ribalta mondiale. Un successo planetario, finanche una fiction televisiva con ascolti record.

Il procuratore de Raho è stato parte integrante di quella stagione che, giustamente, il suo collega Roberti ha celebrato come un successo corale, l'opera di decine e decine di magistrati ed investigatori, di tante persone perbene, celebrate tutte insieme, senza distinguere tra un prima ed un dopo: “Quando siamo arrivati noi e sono andati via loro”. A Reggio questo accade, purtroppo, da qualche anno. Il procuratore Roberti, invece, ha ricordato tutti insieme questi terribili e faticosi 30 anni, facendo comprendere che nessuno ha la bacchetta magica, nessuno è Mandrake che in un paio d'anni sistema le cose che altri, prima, hanno dimenticato di fare.

Il procuratore de Raho ha aggiunto con chiarezza che Reggio ha bisogno del modello Caserta, uno sforzo corale, unitario, senza "prima e dopo", una lunga scia di condanne, arresti, confische, scioglimenti ect. che dia il senso di una lotta che progredisce senza inghippi, senza continui azzeramenti, senza condanne postume e fastidiosi atteggiamenti da prima donna (“Ora che ci sono io”).

Reggio, credo, abbia una storia simile. Almeno dal 1982-1983 generazioni di investigatori hanno fatto condannare migliaia di imputati, hanno sequestrato ricchezze immense, persino il capoluogo è stato sciolto per mafia insieme a nugoli di piccoli centri. Se il "modello Caserta" iniziasse da oggi ci aspetterebbero ancora decenni bui, sofferenze terribili. Invece il dr. Roberti ci dice che la storia si legge tutta insieme senza cesure e senza abiure, migliorando sempre (è chiaro), diventando più bravi ed efficienti, evitando gli errori del passato, come sicuramente è successo con i casalesi solo oggi alla bancarotta ed alla fine di un ciclo.

La società civile ha, forse, un bisogno disperato di sapere che la lotta alla ndrangheta procede in un solco vitale, che si sta andando (bene) avanti, che molte tappe sono state percorse e che il tragitto non è lunghissimo. Ben venga il "modello Caserta" se vuol dire che entro sei o sette anni la ndrangheta sarà alla corda e veri boss (come Iovine) saranno disposti a svelare tutti i segreti oscuri del malaffare e delle cosche.