Direttore: Aldo Varano    

L'ANALISI. Processi, verità e don Nuccio Cannizzaro. ACQUARO

L'ANALISI. Processi, verità e don Nuccio Cannizzaro. ACQUARO

dnc        di MASSIMO ACQUARO - Era il 17 giugno, un mese fa quando sul Suo giornale, caro Direttore, scrivevamo: "La vicenda di don Nuccio Cannizzaro sarà uno snodo. Far finta di niente sarebbe un errore. Se è colpevole la chiesa reggina dovrà subire il lavacro di un duro mea culpa, se innocente la storia di molte vicende giudiziarie dovrà essere riguardata con occhi attenti e mille precauzioni."

Non attenderemo il deposito delle motivazioni, come dicono gli addetti ai lavori, per dire ciò che pensiamo. Lo so che Lei non é annoverato tra gli amici di don Cannizzaro, né posso esserlo io che non l'ho mai visto in vita mia, però non si può far finta di nulla. Qualunque cosa sia accaduta in quel processo, qualunque verità sia stata accertata il risultato é sempre lo stesso per l'accusa: un buco nell'acqua e non é il primo. Anzi.

Il clamore della vicenda, la devastante incursione nella vita di un uomo di chiesa che, sarà così vedrete, porterà per sempre le stimmate di questa odissea impongono un paio di riflessioni.

Parti della pubblica opinione, segmenti significativi di essa, hanno elaborato una propria idea della ndrangheta, delle sue collusioni, delle sue attività. In sé é perfettamente legittimo, se non fosse che questa elaborazione - come scrivevamo il 17 giugno - deriva per intero dalla interpretazione che i magistrati, a loro volta, forniscono di quelle stesse realtà. O meglio, si può ormai dire, deriva dalla lettura che proviene da alcuni pubblici ministeri.

Si coglie nei resoconti giornalistici (spesso acritici e talvolta da tifo calcistico) delle loro arringhe una comprensione insufficiente della realtà calabrese. Troppo semplificate e talvolta banali appaiono le letture di certi comportamenti e troppo forzati i tentativi di costruire la ndrangheta come un ossessivo contagio che contamina chiunque ne sia, anche minimamente, sfiorato. Si avvertono generalizzazioni, astrattismi, ‎letture maldigerite e risalenti più a Gomorra che a Giovanni Falcone o Salvatore Lupo.

Da questo punto di vista la posizione assunta da Libera sull'epilogo giudiziario di questa vicenda é davvero apprezzabile. Anziché appiattirsi sulle valutazioni dei pubblici ministeri o sulle decisioni dei giudici, Libera ricorda che le responsabilità morali e politiche sono imprescrittibili, ossia sono rimesse per intero alla collettività ed alla sua coscienza. Potrebbe essere un utile e serio punto di svolta che, però, implica alcune conseguenze.

In primo luogo, occorre sopire il tifo sulle indagini, adoperandole per quello che sono (ipotesi da verificare) e non come la rivelazione di chissà quali verità nascoste. La città ne ha viste tante di inchieste finite in nulla ed é bene che adoperi prudenza nel trarre conclusioni affrettate.

In secondo luogo, stando a quel che si legge nei report delle udienze, l'accusa farebbe bene ad evitare incursioni sociologiche e, talvolta, moralistiche nella ricostruzione dei fatti per affidarsi alle gelida valutazione delle condotte guardando al solo valore penale che esse hanno. Dispiace dirlo, ma in qualche caso si é avuta l'impressione che qualche frase, qualche giudizio sia stato espresso più per suggestionare la stampa ed i suoi lettori che per convincere i giudici che, per fortuna di tutti, sono lontani da questi problemi.

Il problema è evitare che la ndrangheta - con la solita astuzia - tragga vantaggi da vicende come quelle di don Cannizzaro e sfrutti qualche debacle occasione per guadagnare spazio ai danni dei calabresi perbene e contro lo Stato.

Forse sono parole dure, caro Direttore, ma il 17 giugno lo avevamo preannunciato che vi sarebbe stato un inevitabile un piccolo redde rationem.