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REGGIO. Una giornata al Boccioni tra fatiche, speranze, sensi di colpa. E non c’è nessuno scoop… NUCERA

REGGIO. Una giornata al Boccioni tra fatiche, speranze, sensi di colpa. E non c’è nessuno scoop… NUCERA

 iedi      di IDA NUCERA - Una mattina di questo agosto ventoso che soffia negli occhi polvere e terra, i tendoni bianchi del Boccioni sembrano volare via da un momento all’altro e loro sono lì di fronte a te che aspettano, seduti, o in fila, dopo la visita medica, dopo le formalità che vengono espletate più lontano, chi le ha superate ha un cartellino al collo con un numero identificativo, come i volontari, che si muovono svelti ed efficienti, ciascuno con un ruolo ben definito.

Per te che sei lì la prima volta, è questione di intuito e velocità per entrare nel circuito di questa umana catena di solidarietà. Il Coordinamento ecclesiale emergenza sbarchi che vede varie associazione sensibili alle problematiche dell’immigrazione, è un intrecciarsi di mani, di parole e di sguardi che crea una rete agile e forte. Scouts Agesci, laici che collaborano con i p. Scalabriniani, la Comunità di Vita Cristiana, queste alcune delle associazioni che si alternano nelle giornate estive degli sbarchi che anche la nostra città comincia a conoscere. Scatole di cartone che si aprono alla ricerca di magliette, del numero giusto di scarpe, i pantaloni troppo grandi per uomini e donne, in prevalenza giovani e molto magri.

Insieme agli abiti, distribuiamo merendine o biscotti, insieme a succhi di frutta e acqua. La comunicazione verbale non è semplice, se non parli inglese o arabo, ti sembra di essere tagliato fuori, ma basta poco e comprendi che c’è una comunicazione diversa e molto più profonda e compiuta, fatta di gesti e di occhi. Non passa dalle labbra, ma dagli occhi. E quegli occhi, basta un’ora al Boccioni e non li dimentichi. Anche se si è abituati a svolgere un servizio per gli immigrati, questa è un’esperienza diversa. Ad uno sportello di ascolto arrivano migranti che hanno bisogno di aiuto, ma che già sono qui da diverso tempo, hanno perduto il lavoro, oppure c’è la necessità di un sostegno con la bottega alimentare e di cure mediche di vario tipo.

Ma con loro, gli uomini, le donne ei bambini che giungono da poche ora a terra è diverso. E’ diverso dopo l’inferno che hanno attraversato, che solo Dio e loro sanno cosa sia, noi ne abbiamo solo la percezione vaga dai racconti e dalle testimonianze, che comunque non ti lasciano in pace, soprattutto quando una parte di loro è rimasta in mare per sempre e per l’altra salvata, è stata una serie infinita di soprusi e violenze.

Arriva una televisione che intende fare un servizio, non ci accorgiamo nemmeno, oltre ai due volontari che brevemente rispondono, se vengono filmate le persone. Una frase riassume pienamente cosa spinge in una giornata estiva in cui ciascuno di noi forse aveva altre cose da fare, invece è in questa scuola adibita ad una specie di primo centro di accoglienza, dove i profughi staranno il meno possibile, giusto il tempo di riprendersi in forze e già chiedono quanto costa un biglietto per Roma e un cellulare di seconda mano.

“Siamo qui per restituire… - afferma una volontaria, Cosa? - Quello che abbiamo ricevuto e… quello che abbiamo tolto a loro”. Se ci sono esodi biblici è evidente che la bilancia geo-economica è squilibrata. Ci sono tanti e diversi Sud del mondo , e in una certa misura ci siamo dentro anche noi, e poi c’è un Nord del benessere e del domani migliore, almeno così ci illudiamo che sia. Ma per loro, no, per loro è necessario approdare sulle nostre coste, per una questione di vita o di morte, questo fa la differenza.

In questa mattina di agosto, non c’è nessuno scoop da fare, nessuna foto da scattare, perché molto più penetrante di qualsiasi parola, sono quei tanti occhi incrociati, quegli sguardi muti che non ti lasciano più, perché ti hanno già raccontato mille storie di disperazione. Occhi mansueti e dolci, carichi di una profonda umanità, pur avendo subito l’indicibile per sbarcare nella Terra Promessa, eppure, non vi scorgi più orrore o spavento, tanto meno rassegnazione, ma quell’innocenza integra che noi abbiamo perso. Quella capacità di guardare oltre i cancelli della scuola un guizzo di luce sul muro di una casa, forse è il riflesso di uno specchietto, e mentre noi non capiamo, per loro è già sorriso. E’ quasi gioia.