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REGGIO. La palestra negata dalle vite divorate da fame e guerra. CALABRÒ

REGGIO. La palestra negata dalle vite divorate da fame e guerra. CALABRÒ

fmg      di TIZIANA CALABRÒ - I ragazzi a scuola non sono entrati, le mamme e i padri si sono scandalizzati, il direttore indignato, gli insegnanti hanno parlato. Nella palestra della scuola reggina, gli emigranti non dovevano andare. Loro, gli stranieri, andavano collocati in strutture adeguate, possibilmente dislocate, forse meglio se isolate.

Ma dopo aver tutti parlato un po’ la situazione verrà ripristinata, la pace stabilita, i buoni rassicurati e gli stranieri dimenticati. Questi emigranti “trasformati in nomadi”, questa gente “che ha vissuto di stenti” in terre lontane e divorate da fame e da guerre, e che ora “ha l’intero Occidente dove spaziare”.

A Reggio Calabria è successo che la palestra di una scuola che aveva ospitato i nomadi del mare - quelli che fuggono dall’Africa affamata e sanguinaria per approdare nelle nostre coste, giusto per intenderci- non è stata ripulita, disinfettata, sterilizzata per garantire una pacifica apertura dell’anno scolastico. E così il primo giorno di scuola è successo un putiferio, così come si è letto. Tutti a incrociare le braccia e a battere i pugni.

Non è facile quando si ha paura, quando ci si sente minacciati, quando le notizie arrivano contraddittorie, quando si sventola la possibilità di oscure ed esotiche malattie, quando la parola “straniero” diventa la rappresentazione immaginifica di tutto ciò che è diverso, estraneo, fuori da noi e quindi ostile e pericoloso. Non è facile, perché spesso si è soli e affatto strutturati per affrontare e comprendere eventi così complicati e questioni irrisolte.

Eppure, a volte, ciò che sembra un pericolo dal quale proteggere noi stessi e le persone che amiamo, può diventare un’ occasione per fermarci e pensare e capire e vedere in profondità le vite degli altri e così sentirli meno altri.

Ma scavalcare il muro che ci impedisce l’umano sentire, richiede uno sforzo di comprensione. Per entrare nel giardino segreto di storie che sembrano non appartenerci, occorre immaginare i volti, gli occhi, le mani, la voci che hanno popolato per settimane la palestra della scuola. Vedere le donne, i bambini, i ragazzi. Rifare a ritroso il loro viaggio nomade che li ha portati fino a qui. E’ necessario salire sui barconi lerci, sentirsi soli in mezzo a un deserto di acqua e sale, sentire l’alito del vicino pigiato al proprio, sentirne il calore e la paura, sentire la stanchezza e l’amara percezione di non farcela dentro un mare senza orizzonte. Provare a vivere la sconfitta, che si confonde con la speranza, di ogni uomo, di ogni donna, di ogni ragazzo. La sconfitta e la speranza dentro il saluto alla terra che li ha partoriti, o peggio non avere più niente e nessuno da lasciare e niente e nessuno che ti aspetta, non avere nostalgie da condividere, se non con il vicino occasionale di viaggio.

Proviamo a guardare il mare come una ferita aperta che separa due lembi di pelle, come un padre e una madre che hanno lasciato i loro figli a galleggiare su questa ferita. E poi ascoltare le loro preghiere, il loro desiderio, che ci sia qualcuno dall’altra parte ad accogliere questi figli, anche solo con un gesto piccolo, che ci siano mani pietose di altre madri di altri padri che dolcemente sappiano dire: “Qui, qui, così”, mentre sorridono “misteriosamente”.

P.S.: Le frasi e le parole virgolettate sono di John Steinbeck. “Furore” è un libro che dovrebbe essere adottato nelle scuole. Quel “Qui, qui, così” riportato, è sussurrato da una delle protagoniste, Rosa Tea, mentre in un modo miracoloso, come miracolosa è la compassione, sfama un uomo stremato dagli stenti. Mentre le dita di questa ragazza lo accarezzano dolcemente, le sue labbra che sorridono misteriosamente, sono l’ultima lieve immagine che Steinbeck ci regala.