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DROGA. Tra proibizionismo e legalizzazione chi aiuta meno la 'drangheta? MUSCO

DROGA. Tra proibizionismo e legalizzazione chi aiuta meno la 'drangheta? MUSCO

mrj      di SIMONA MUSCO* - È forse il mercato più florido, al passo coi tempi, che consente di avere liquidità immediata. Il traffico di droga è l’attività che tiene in piedi l’impero economico dei clan della ‘ndrangheta, che con la cocaina e la canapa fanno girare miliardi e miliardi. Soldi, tanti soldi al punto da mandare in confusione gli esperti di numeri e calcoli, creando un balletto di cifre che vanno dagli 8 ai 53 miliardi.

Se l’Eurispes e la parlamentare Dorina Bianchi puntano in alto, parlando di decine e decine di miliardi, Nicola Gratteri e gli altri membri della commissione per l’elaborazione di proposte per la lotta alla criminalità hanno sottoposto all’attenzione del governo cifre più “modeste”, riducendo i guadagni ad una media di 10,6 miliardi di euro, pari allo 0,7 del pil.

Di quei soldi il 23% proviene proprio dal traffico di sostanze stupefacenti, cocaina ma non solo. Tant’è che il dato della Polizia aggiornato ad agosto scorso parla di quasi 10mila chili di canapa sequestrati in tutta Italia, contro i 142 di cocaina e i 35 di eroina. È un mercato che non conosce crisi e i cui proventi servono ad alimentare tutti gli altri traffici delle ‘ndrine, in un circolo vizioso che i governi si limitano ad ignorare.

Perché spesso il problema della legalizzazione delle sostanze stupefacenti viene interpretato come incentivazione al consumo, senza pensare a tutto il resto. Cosa accadrebbe se questo florido mercato venisse sottratto alle mani dei clan? Il commercio di droga non ha competitor: ci sono solo loro, le cosche, che sfruttando i floridi terreni della Calabria realizzano distese di oro verde da smerciare su tutto il territorio ma anche nelle altre regioni.

L’idea per rilanciare l’economia della Calabria potrebbe essere proprio questa, restituire quei campi ai calabresi e al tempo stesso combattere la criminalità organizzata, sottraendole soldi liquidi, contribuendo anche ad un consumo più controllato e meno pericoloso delle droghe leggere. I dati diffusi dalle forze dell’ordine parlano di piantine che raggiunti i tre metri valgono da sole anche 4mila euro, circa quattro euro al grammo. Che moltiplicato per i 10mila chili sequestrati fino ad agosto fa quasi 40 milioni di euro, spicciolo più, spicciolo in meno.

Tolta la canapa dalle mani del mercato nero, dunque, si correrebbe il serio “rischio” di togliere parte del potere economico ai clan e creare lavoro sul territorio, attraverso la coltivazione legale e tutti i suoi utilizzi, dalla medicina all’edilizia. Qualcuno, tempo fa, ha provato pure ad aprire uno spiraglio “legale”. L’idea dell’AssoCanapa era quella di ricavarne materie prime ecocompatibili per settori come quello edilizio, ma anche a livello alimentare, farmacologico e cosmetico.

In Calabria sono già una decina ad aver intrapreso questa via, compilando un modulo da consegnare alle forze dell’ordine, ma per ora va di moda un altro business, quello della vendita sottobanco, all’ingrosso o al dettaglio. Sono tanti a sostenitori la tesi che togliere il mercato della droga ai clan significherebbe diminuirne il potere, a partire da Roberto Saviano, che da osservatore della Camorra ha messo nero su bianco i particolari dell’impero economico costruito sulla polvere bianca e sull’erba. Ed ha evidenziato un particolare: a sponsorizzare il proibizionismo sono proprio le mafie, che così possono continuare a fare affari con le droghe.

«Maurizio Prestieri, boss di Secondigliano ora collaboratore di giustizia – scrive Saviano -, mi disse una volta: con tutto il fumo che i ragazzi "alternativi" napoletani compravano da noi, sostenevamo le campagne elettorali di politici di centrodestra in provincia». Ecco il punto: sono i divieti a rendere questo mercato quello più florido al mondo. D’altronde, aggiunge Saviano, «è la merce più reperibile del mondo, disponibile a qualsiasi ora del giorno e della notte».

Se un tempo le droghe leggere erano considerate attività minori, oggi le mafie si dedicano direttamente anche alla coltivazione. Perché la criminalità organizzata ha bisogno di denaro e la crisi spezza le gambe anche all’usura. Chiuse quelle porte, la via da seguire resta quella del traffico di stupefacenti. Secondo la Direzione centrale del servizio antidroga della polizia di Stato, «in Europa si assiste a una diffusione della coltivazione della marijuana così consistente da provocare, per compensazione, una contrazione della domanda soddisfatta dall’importazione transfrontaliera». E la canapa autoprodotta, conferma la Direzione centrale, sta soppiantando l’hashish d’importazione. Anche perché l’erba moltiplica fino a 25 volte il capitale investito: 10mila euro diventano 250mila in pochi mesi. Soldi in mano ai clan: perché non restituirli ai calabresi?

*giornalista del Garantista della Calabria

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NICASO

La legalizzazione non è una opzione». Antonio Nicaso, cauloniese d’origine e tra i massimi esperti di ‘ndrangheta a livello internazionale, ha pochi dubbi a riguardo. Di fronte ai numeri prodotti dal narcotraffico, tra i più grossi introiti per la ‘ndrangheta, pensare di rendere il mercato aperto anche ad utilizzi

legali non farebbe molta differenza. «È una possibilità che bisogna valutare attentamente - spiega Nicaso -. Personalmente, sono contrario. C'è invece da ripensare la strategia di contrasto internazionale, che richiede più impegno e più coordinamento». Il che significa studiare metodi migliori per creare un’alternativa economica nei luoghi in cui il mercato della marijuana risulta essere l’unico florido e risucchia manodopera solo da un tipo di ambiente, quello della malavita organizzata.

«Bisogna partire dalle politiche di sviluppo alternativo nelle aree di produzione – spiega infatti lo studioso -. Così come è impostata oggi, la lotta al narcotraffico non è molto efficace, soprattutto sul piano della collaborazione internazionale».

La legalizzazione, dunque, rischia di non essere efficace perché otterrebbe come unico risultato quello di depenalizzare la marijuana, senza però incidere significativamente nella lotta alla criminalità organizzata. «La legalizzazione di tutte le droghe comporterebbe seri problemi sul piano della salute pubblica e non rappresenterebbe un deterrente nella lotta alle mafie – sottolinea infatti -. C'è sempre un modo per trarre vantaggio, magari vendendo la droga a prezzi più bassi rispetto a quelli garantiti dal monopolio, come oggi avviene con le sigarette o con l'alcol».

Cosa serve allora? Bisogna ripensare le leggi, perché quelle attuali non incidono sul mercato in maniera significativa, anzi, inciampano in ragionamenti proibizionisti senza però trovare un’alternativa valida. «Ciò che serve è una strategia di lotta al narcotraffico ripensata e valutata lungo tutta la filiera», suggerisce Nicaso.

Che poi fornisce le domande dalle quali partire per avviare una seria analisi della questione. «Dove vanno i soldi del narcotraffico? Chi ne beneficia maggiormente? Che cosa si sta facendo per combattere la criminalità finanziaria? – si chiede - Tutte domande che bisogna porsi accanto alle problematiche legate ai campesinos, a chi vive con i proventi della coltivazione di coca». (simu)