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Caro Nicaso: legalizzare le droghe sarebbe un bel colpo contro la ‘ndrangheta. VARANO

Caro Nicaso: legalizzare le droghe sarebbe un bel colpo contro la ‘ndrangheta. VARANO

vvl      di ALDO VARANO - Credo sia legittimo essere contro o a favore della liberalizzazione e legalizzazione delle droghe e perfino cambiare posizione passando dal proibizionismo alla liberalizzazione. Il professore Antonio Nicaso, autore di molti libri sulla ‘ndrangheta (alcuni scritti a quattro mani con Nicola Gratteri) dopo essersi dichiarato proibizionista, nell’ambito del bel reportage scritto sul Garantista da Simona Musco, ha sostenuto che la legalizzazione oltre che dannosa per la società “non rappresenterebbe un deterrente nella lotta alle mafie”. C’è sempre un modo (per la mafia, ndr) per trarre vantaggio, magari vendendo la droga a prezzi più bassi … come oggi avviene con le sigarette o con l’alcol”.

Credo sia un argomento sbagliato e, a tratti, pericoloso, perché ha un effetto di depistaggio dal problema reale e rischia di rallentare la lotta contro l’uso della droga che il problema reale: tener più lontano possibile le persone, soprattutto i giovani, dal suo uso stroncando il più possibile le spinte interessate ad alimentare il suo consumo. Un problema diverso, quindi, da quello della lotta alla mafia.

Ma procediamo con ordine.

Borsellino, che fu un uomo di destra per tutta la vita, ebbe una posizione rigorosamente contraria a qualsiasi liberalizzazione. A chi argomentava (in realtà lo rimproverava) facendogli osservare che aiutava le mafie, che dal mercato della droga traevano vantaggi colossali, spiegò che questo argomento era assolutamente privo di valore. E’ una sciocchezza, chiarì l’amico di Falcone, ritenere che vi sia un rapporto “necessario” tra droga e mafie. Non vi sono ragioni strutturali o naturali nella scelta mafiosa verso la droga. Le mafie spostano i loro capitali e i loro servizi dove c’è da guadagnare. Quando in un determinato settore il guadagno non c’è più, la mafia lo molla e ne trova un altro. Insomma, legalizzare o no la droga è argomento che (in generale) deve prescinde dalla lotta alle mafie mentre riguarda da vicino la questione della riduzione dell'uso di droga.

L’argomento di Borsellino aveva (probabilmente) alle spalle l’idea che le mafie in generale assolvono alla funzione di proteggere i mercati illegali o borderline (talvolta inserendosi) che realmente esistono (attualmente: traffico di esseri umani, droga, rifiuti tossici, lavoro nero, gioco d’azzardo, ecc). Insomma, le mafie sono il risultato di una domanda sociale di protezione mafiosa dell’illegalità. Per questo gli studiosi sostengono che hanno successo solo dove nasce e si afferma una domanda sociale di mafia. Le mafie non sono nate per la droga, né per gli agrumi o il controllo del lavoro nero. Nascono e muoiono in rapporto alla vitalità dei mercati illegali. C’erano prima della droga e ci saranno dopo. Aveva ragione Borsellino? Io credo di sì. Credo sia un grave errore coniugare il problema della liberalizzazione delle droghe con quello della liberazione dalle mafie e della loro sconfitta. La legalizzazione va valutata (per consentirla o vietarla) in rapporto alla protezione degli esseri umani dall’uso devastante della droga spesso sapientemente indotto dalle stesse mafie.

Questa conclusione, accettata, farebbe della posizione del professor Nicaso un errore veniale. In fin dei conti anche lui ipotizza che la legalizzazione in quanto tale non ci libererebbe dalle mafie. Come ha detto Borsellino e come crede chi scrive. Ma c’è una variabile, a cui Nicaso sfugge, che cambia in modo significativo la situazione calabrese (soprattutto del Reggino).

Borsellino nel suo esempio parla genericamente delle mafie. Impossibile non condividere la sua impostazione. Ma se si passa dal discorso delle mafie in generale alla ‘ndrangheta, e se si fa attenzione alle sue specificità, il discorso cambia. Neanche la ‘ndrangheta, come le altre mafie, ha un rapporto “necessario” con la droga, pur occupando una posizione leader rispetto alle altre organizzazioni criminali in Italia rispetto alla cocaina.

E qui forse va inserita una variante di straordinaria importanza e chiedersi perché è accaduto? Certo, gli errori delle altre organizzazioni che hanno puntato sull’eroina lasciando la sorella (presunta) marginale - la cocaina - ai più deboli calabresi. Ma soprattutto, a sentire gli esperti, perché la ‘ndrangheta e le sue “famiglie” hanno una struttura che sembra costruita tenendo attentamente presenti le necessità dell’intera filiera del mercato della cocaina. La mitica struttura familiare della ‘ndrangheta, in realtà e al di là dell’enfasi, sembra avere due soli vantaggi: la difficoltà rispetto al pentimento e l’essere naturalmente adeguata al mercato della coca. La struttura parentale (lo ha già spiegato negli anni scorsi Pino Arlacchi) è ideale rispetto a un mercato come quello internazionale della droga in cui le operazioni (tutte cash) tra vendita, spedizione, vendita al dettaglio pagamento sono scaglionate nel tempo ma non possono essere garantite da nessuno perché trattasi di un mercato radicalmente illegale. A questo inconveniente produttori e grossisti possono ovviare solo con l’uso della violenza verso i furbi con costi di sangue spesso altissimi e fino all’autodistruzione. Se invece i narcos hanno per vicini di casa i parenti stretti degli acquirenti (come capita coi calabresi) l’affare è garantito e la ‘ndrangheta diventa in automatico il cliente migliore.

Insomma, la liberalizzazione (che va decisa come misura contro la diffusione e l’uso della droga) avrebbe rispetto alla specificità della ‘ndrangheta l’effetto di assestarle un colpo micidiale, anche perché è la droga il punto fondamentale del suo potere. Anche in questo senso, quindi, mi sembra che le teorie del professor Nicaso sono inadeguate. La legalizzazione sarebbe un bel colpo contro la ndrangheta.