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La bugia di Mazzarri: e a Reggio mi tiravano i bastoni. A. CALABRO'

La bugia di Mazzarri: e a Reggio mi tiravano i bastoni. A. CALABRO'

mzzrri       di ANTONIO CALABRÒ - Walter Mazzarri,

attuale allenatore dell’Inter, dopo le ripetute contestazioni dei tifosi della sua squadra, in crisi perenne di gioco e di risultati, ha dichiarato in conferenza stampa che nella sua carriera ha vissuto momenti ben più gravi ed ha portato come esempio (guarda un po’) proprio Reggio Calabria dove, come dice testualmente, “dopo aver perso un derby c’era la polizia che mi accompagnava a casa, i tifosi mi tiravano i bastoni, ero sottoposto ad una pressione enorme”.

Mazzarri a Reggio ha lavorato molto bene. Sotto la sua guida la Reggina ha disputato un campionato strepitoso, ed altri periodi di grande lustro. Ancora oggi è rimpianto da molti appassionati, e i suoi meriti sportivi sono ricordati con grande affetto e nostalgia. Però adesso allena l’Inter, una “grande” che sotto la sua guida è decaduta al ruolo di comprimaria, e che ad ogni partita è sommersa da salve di fischi dei suoi supporter, per il gioco deludente, per la mancanza di carattere, per gli svarioni e la tattica difensiva, vecchia, prevedibile e noiosa.

Per rispondere alle sollecitazioni dei giornalisti allora Mazzarri s’inventa una fase della sua carriera pericolosa; e naturalmente, fra tutte le piazze dove ha allenato, alcune anche molto turbolente come Livorno, Genova e Napoli, quale indica come esempio negativo e tremendo? ma è naturale! Reggio Calabria! Basta la parola! Non è un caso, reggini. Non è affatto un caso.

Reggio ormai è prigioniera del pregiudizio. Una vittima fatale e senza via di scampo. La Frontiera dell’Italia civilizzata. La Ciudad Juarez europea. L’Arizona dei poveri. Reggio è l’esempio da non seguire. Reggio è la Jungla Nera, il regno delle Anime Nere, la terra del Cuore di Tenebra. Persino i nostri tifosi, allocchi quanto gli altri tifosi, altrettanto inclini all’esagerazione per il tifo sportivo, nell’immaginario collettivo, solo perché reggini, assumono le sembianze feroci dei tagliatori di teste del Borneo.

Il guaio è, vorrei dire a Mazzarri e agli italiani, che la sua storia è inventata completamente. A Reggio non è mai stato contestato, anzi. A Reggio era un Re. In tutta la sua storia reggina, ha litigato solo con una persona, un giornalista, e per motivi tecnici. Per il resto, la cittadinanza lo adorava. Se lo ricorda bene, Mazzarri. Non ha mai pagato in un locale pubblico quando c’erano presenti altri cittadini. Gli veniva offerto tutto con trasporto e generosità. Quando camminava per strada poco mancava gli stendessero un tappeto di rose. E poi, la cittadinanza onoraria! Il massimo riconoscimento concesso, un segno tangibile d’amore (o della nostra subalternità?), una onorificenza brillante più di ogni merito sportivo. Ma, evidentemente, non è bastata.

Mazzarri, reggino onorario, è il metro del nostro destino di italiani marginali. Non appena gli è tornato comodo, ha usato il nostro nome e la nostra fama per farsi bello agli occhi del mondo. E’ l’esempio perfetto di ciò che nell’italiano medio ormai è giudizio consolidato: Reggio è una città pericolosa. Mazzarri, a Reggio era in Paradiso e a Milano è a rischio perché non ce la fa. Dovremmo mandarlo all’inferno, ma non lo facciamo. Siamo fessi, siamo illusi, siamo reggini. Lui invece è uno furbo. Perché pursapendo di mentire non si fa scrupolo di parlar male di noi? Perché sa che i pregiudizi diffusi contro di noi rendono credibili le sue bugie.

Reggio Calabria ancora una volta subisce una pugnalata alla schiena. Non è grave, è solo una frase gettata giù con furbizia mediocre quanto le sue capacità tecniche. Ma è il segnale continuo, il rumore di fondo, il fuoco costante che brucia la nostra dignità, il nostro amor proprio, il nostro malcapitato senso d’appartenenza a questa Italia di figli e figliastri.
 
P.S. Non tocca certo a noi dare consigli al sindaco Falcomatà. Ma dato che uno dei suoi predecessori gli ha dato le chiavi della città non sarebbe male chiedergliele indietro. Mica per altro, non vorremnmo venisse di notte a rubarci un altro po' di decoro.