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CALABRIA. Bambini poveri? Capitale umano degradato. DANIELE

CALABRIA. Bambini poveri? Capitale umano degradato. DANIELE

bdi VITTORIO DANIELE - “Il più prezioso di tutti i capitali è quello investito negli esseri umani”.

Così Alfred Marshall nel 1890, in un bellissimo passo dei Principi di Economia. Quel capitale di cui parlava il grande economista, è il capitale umano: ossia l’insieme delle capacità, dalle competenze, delle conoscenze che accumuliamo nel corso della vita. Il processo di accumulazione del capitale umano non avviene solo in età scolare, ma ancor prima. È già nei primi mesi di vita che si formano le capacità cognitive e relazionali di base, che risultano decisive per l’apprendimento successivo. L’infanzia ha un’importanza cruciale. Trascorrerla in condizioni di povertà materiale, in ambienti carenti di stimoli e di opportunità può segnare profondamente una vita.

I dati sulle povertà minorili in Italia, contenuti nel quinto Atlante dell’Infanzia di Save the Children, sono allarmanti. Nel 2013, nel nostro paese, i minori in condizioni di povertà assoluta, cioè non in grado di accedere a un paniere minimo di beni e servizi, erano 1.434mila. Un numero che, negli ultimi anni, è in costante crescita. Dal 2009, l’aumento è stato del 39%. Un dato impressionante, che mostra quali effetti abbia la grande crisi che sta attraversando il paese sul tenore di vita di ampie fasce sociali. L’Italia è un paese duale. Lo è anche nelle condizioni dell’infanzia. L’incidenza della povertà assoluta raggiunge livelli scandalosamente alti nel Mezzogiorno, dove un minore su cinque vive in una famiglia povera, mentre nel Centro-Nord uno su dieci. In Calabria, 104mila minori, cioè il 29% del totale, vivono in povertà assoluta; la quota sfiora il 25% in Sicilia.

La povertà non riguarda soltanto la sfera economica, ma anche quella educativa. Nel Mezzogiorno, il numero di bambini e ragazzi che non sono mai andati a teatro, a concerti, al cinema è assai più alto che al Nord. In Calabria, il 79% dei bambini e ragazzi tra 6 e 17 anni non ha mai visitato mostre o musei, il 40% non è mai andato al cinema. Colpiscono, poi, le disuguaglianze regionali nella distribuzione dei servizi pubblici come quelli sanitari, assistenziali, educativi. In Emilia, il 27% dei bambini tra 0 e 2 anni usufruisce di asili nido e servizi per l’infanzia; in Campania e Calabria poco più del 2%. Ci si interroghi, dove ci sarebbe maggiore bisogno di servizi pubblici, di assistenza, di cure per l’infanzia e per le famiglie? Dove è maggiore il bisogno? Non lo è, forse, nei quartieri più poveri di città come Napoli, in cui, come mostra l’Atlante di Save the Children, il degrado urbano si associa spesso con quello sociale? Non lo è, forse, nelle aree più interne ed economicamente arretrate della Calabria? Non si pensa che, in quei contesti, minori opportunità nelle condizioni di partenza significhino, anche, maggiori rischi di povertà, disoccupazione, delinquenza quando i bambini diverranno adulti?

Come in un circolo vizioso, povertà economica ed educativa tendono ad alimentarsi a vicenda. Lo dimostrano le differenze nei test sull’apprendimento scolastico. In molte regioni del Nord, i risultati medi degli studenti quindicenni nei test di matematica superano ampiamente la media dei paesi Ocse (494) e sono analoghi a quelli dei paesi più virtuosi (Giappone, Olanda, Finlandia). In alcune regioni del Sud si attestano fino a 60 punti sotto la media internazionale, minori anche di quelli di Turchia e Grecia. Come mostrano decine di studi, i risultati nei test scolastici sono fortemente correlati con i redditi degli individui, con il grado d’ineguaglianza nella distribuzione del reddito e con la crescita economica dei paesi.

Le disuguaglianze di partenza non sono solo un ostacolo alla concreta realizzazione di diritti di base, come quello all’istruzione o alla salute. Rappresentano anche un’insidia. In un paese in cui le politiche pubbliche non rimuovano efficacemente gli svantaggi iniziali, anzi le aggravano attraverso differenze nella qualità dei servizi pubblici fondamentali, il successo nella lotteria della vita dipende fortemente dalla famiglia e dal luogo in cui si nasce. Così, le disuguaglianze di partenza si accentuano e si trasmettono tra le generazioni: in larga misura, povertà e disuguaglianza si ereditano.

La ricerca internazionale mostra come la qualità del capitale umano rappresenti un fattore fondamentale per lo sviluppo economico. In Italia, i divari regionali nei risultati scolastici, nella disponibilità di servizi pubblici per l’infanzia, nell’incidenza della povertà economica ed educativa mostrano un paese profondamente diviso. Questi divari non sono solo sintomo di iniquità, di disuguali opportunità, ma si riflettono anche sulla crescita economica. La riduzione delle disuguaglianze di partenza, a partire dalla prima infanzia, non porterebbe solo al conseguimento di maggiore equità sociale e di un effettivo riequilibrio territoriale. Investire nell’infanzia, in istruzione, nel “più prezioso dei capitali”, significherebbe, innanzitutto, investire nello sviluppo, sul futuro del paese.