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Siria e Calabria lontane? Greta Vanessa e le sciocchezze su Fb. NUCERA

Siria e Calabria lontane? Greta Vanessa e le sciocchezze su Fb. NUCERA

grtv      di IDA NUCERA - Un articolo lucido e appassionato apparso la settimana scorsa su Repubblica riguardo le ragazze rapite in Siria, una delle quali è calabrese, invita ad una rilettura che coglie le vibrazioni di quelle cose che appaiono lontane e che in realtà sono più vicine di quanto non immaginiamo. “Io mi sforzerei di dissuadere una ragazza, dice Sofri, che, per amore dei bambini senza cibo e senza medicine volesse partire per la Siria, ma non potrei legarla e soprattutto non potrei fare a meno di ammirarla”.

Più volte è ripetuto il verbo “riparare”, non sappiamo se consapevolmente o per un bisogno di sottolineare la riflessione da cui traiamo spunto. Andavano nell’inferno siriano, le due giovani donne, con l’intento di “riparare” tre pozzi. Perché contrariamente agli ignobili giudizi di chi deprecava l’avventura di “due sprovvedute”, il cui riscatto sarebbe pagato con “i nostri soldi”, ci sono al mondo ancora persone, capaci di “sentite la pena del mondo” e desiderarne la “riparazione”. Ci consola pensare che non tutto è guasto e corrotto, che nel nostro paese, qualcosa di buono, viene consegnato ad altri per custodirlo e renderne testimonianza.

Tutto questo dice qualcosa alle nostre vite? Viviamo in un contesto che appare diverso, non siamo alla barbarie della decapitazione mediatica, ma se non vogliamo girare la testa da un’altra parte, sappiamo che nella nostra terra, esiste un altro genere di barbarie che imbriglia le coscienze e ne impedisce lo sviluppo. Il concetto di riparazione è biblico, nel libro del Profeta Isaia, c’è scritto: “Ti chiameranno riparatore di brecce…. La tua gente riedificherà le antiche rovine, ricostruirai le fondamenta”. Dunque la lettura non si può fermare all’aggiustamento di un pozzo, alla costruzione di una scuola o di un ospedale, va ben oltre…

C’è chi avverte la pena del mondo, e senza sentirsi eroe, si sente chiamato a riparare ciò che il male distrugge, qualunque esso sia, l’integralismo religioso, le mafie, la violenza, la malapolitica. Altri, invece, restano conniventi e deplorano le scelte dei primi, rinchiusi nella paura. In mezzo c’è tutto il resto. Ci siamo noi, con il cuore un po’ una parte e un po’ dall'altra. Quando non ci mettiamo la faccia, quando non scegliamo da che parte stare. Quando ci assopiamo in un torpore indifferente, blaterando sciocchezze su fb, senza più riflettere.

Niente è lontano, e nulla è più coinvolgente delle storie che ci vengono narrate. Nel racconto dell’altro trovi la tua storia. Siria, Calabria, la geografia non conta, la storia non è così distante. Ciò che accade vicinissimo, nel nostro quartiere può non riguardarci, dipende da come valutiamo le cose, come viviamo le esperienze. Cosa scegliamo di fare quando nella notte sentiamo il boato di una bomba? L’attenzione e la partecipazione è alta sull’onda emotiva, poi il tempo passa e tutto tende a normalizzarsi e, dopo cinque anni, “corriamo il rischio di riaddormentarci in una presunta normalità, e persino nell’illusione che qualcosa sia cambiato. E invece l’unica cosa che è cambiata è che ormai sappiamo che dipende solo da noi se vogliamo che tutto ricominci e continui come prima”. Ha così affermato p. Ladiana all’evento promosso il 3 gennaio da Reggio Non Tace.

     “Siamo padri e madri” e possiamo indicare ai nostri figli la comoda “via di fuga” ha testimoniato nella stessa occasione l’imprenditore Antonino Demasi, oppure restare e riparare, denunciando la ‘ndrangheta e le banche per usura. Riparare l’informazione asservita, assumendo dentro “un pezzo di responsabilità per cambiare questa terra bella e amara, bella perché benedetta da Dio, amara perché resa triste da una minoranza che non merita la nostra storia, la nostra identità, la nostra cultura”, ha affermato il giornalista Michele Albanese, il cui compito, nonostante la scorta, “è ancora quello di raccontare i fatti di questo territorio”.

Tanti sono i modi per riedificare le rovine, ricostruire le fondamenta di una terra, a partire dal proprio cuore spesso diviso tra l’indifferenza e la responsabilità. Il numero non conta, o meglio può essere riparato dal “come” si partecipa perché la parabola evangelica del lievito nella pasta questa sera” ha affermato don Pino De Masi, se lo desideriamo, può farsi “più attuale che mai”.