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Reggio, la 'ndrangheta e l’Anno giudiziario al di là dei riti. ACQUARO

Reggio, la 'ndrangheta e l’Anno giudiziario al di là dei riti. ACQUARO

nng      di MASSIMO ACQUARO - 19 su 26, ad occhio e croce poco meno del 30%. Non è il risultato di una partita di rugby, ma il numero di magistrati presenti ed assenti nella procura di Reggio.

Dall'inaugurazione dell'anno giudiziario abbiamo saputo (anche) che Reggio è stata dichiarata sede disagiata. A quanto spiegano i tecnici questo vuol dire che chiunque chieda di venire spontaneamente in città avrà vantaggi di vario genere. Eppure malgrado ciò le stanze restano vuote, le caselle non si riempiono. Qualcuno dirà che sono decenni che tira quest'aria, che erano i tempi di Cossiga quando si gridava in Calabria allo scandalo dei "giudici ragazzini" nell'anno in cui venne ucciso Antonino Scopelliti (1991). Nessuno voleva venirci negli uffici calabresi e i “ragazzini” riempivano le fila.

Quindi? Beh c'è da prendere atto dello scarso appeal che la lotta alla ndrangheta ha tra le toghe italiane e perfino calabresi. Non sarà un caso, però, che gli ultimi tre procuratori degli ultimi 20 anni siano stati siciliani e, ora, un napoletano con accanto altri due siciliani (i pm Sferlazza e Paci). Si ha come l'impressione che la guerra alle cosche sia stata, come dire, appaltata a chi reggino non è, una cosa che non ha precedenti né a Catanzaro, né a Cosenza, né in nessuna altra provincia calabrese (per non dire di quelle siciliane e campane). Se non fosse per la (gloriosa) bandiera di Nicola Gratteri ci sarebbe poco da stare allegri.

Il procuratore De Raho, a quanto si legge, ha ripetuto che i calabresi non collaborano, preferiscono il giogo mafioso alla denuncia ed alla legalità. Anche la Boccassini, da un po’ di tempo, ripete la stessa cosa pur lavorando non nel profondo e perduto Sud ma coi lombardi: brianzoli e bergamaschi.

Se vere, le parole del procuratore De Raho pesano come macigni: «Si contano sulle dita di una sola mano le persone offese che ricorrono alla polizia giudiziaria e alla magistratura per difendere i propri diritti, la propria dignità, sociale e umana, la propria libertà. Si preferisce essere schiavi del sistema criminale piuttosto che denunciare».

Ci si deve chiedere perché questo accada e la risposta, dopo svariate stagioni mediatiche e giudiziarie, potrebbe anche dispiacere alle toghe. La gente, il popolo calabrese e reggino in particolare, sembra non fidarsi. La domanda vera, ancor prima della denuncia, è semplice e impegnativa: perché non c’è fiducia?

La sensazione è che nell’opinione pubblica appena si sente parlare di "cono d'ombra" e "silenzio dei mass media" (frasi in libertà mai concretamente verificate, anche perché con le tonnellate di titoli e articoli che la stampa produce sarebbe un po’ dura riuscirci) cresce il sospetto che si vada fuori tema rispetto al nodo cruciale della sconfitta della mafia. Ci sono magistrati che, abbandonata la città, non hanno più messo piede in Calabria, se ne sono - come dire - dimenticati. Eppure le interviste e le denunce in cui s’impegnarono si contavano a dozzine, le associazioni, i comitati, i politici erano lì (sono rimaste le foto su Google) a dare appoggio e sostegno.

E’ probabile che si scontino difficoltà pregresse. La Calabria vuol sapere perché qui, diversamente che in altre regioni, secondo quanto sostengono gli stessi magistrati, non siamo riusciti a sconfiggere il fenomeno o almeno a ridurlo a dimensione fisiologica. E’ questo che interessa a tutti.