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MIMMO MARTINO. Quando muore un poeta che ci lascia emozione e speranza. NUCERA

MIMMO MARTINO. Quando muore un poeta che ci lascia emozione e speranza. NUCERA

  mmmmr   di IDA NUCERA - Ci sono momenti, quando un uomo muore, che le parole si fanno piccine e la scrittura si ritira sommersa dall’onda dell’emozione e della commozione. Quando muore un uomo troppo presto, la sua assenza è ferita, personale per chi ha legami di carne e gli è amico, ma anche collettiva, per quella comunità che si trova d’improvviso povera e mancante di una voce altra, che ha visto i suoi sogni, farsi musica che spezza i legacci della paura e della sottomissione. Farsi canto di profonda religiosità, di legame profondo con il volto bello della Calabria, di nenie cantate dalle nostre nonne, dei canti antichi della Passione intonati nelle chiese di paesi inghiottiti dall’abbandono. Quando muore un uomo come Mimmo Martino, la retorica scappa via e resta solo l’essenziale, come il tamburello, la zampogna, il fischialetto posti ai piedi della bara. Vedi quello che spesso vorresti essere e non sei, un cuore lanciato oltre “la sera, così ha detto padre Giovanni Ladiana al suo funerale, ma non ha permesso che diventasse notte”. Se lo fai, poi non torni più indietro e quel cuore arriva prima di te, lo perdi, non è più tuo, lo regali. Così, quando meno te l’aspetti, quando ancora ci sono progetti, musica, canzoni, volti, uomini e donne da emozionare e ancora tanta e tanta stupenda vita davanti, quel cuore ti frega e vola più in alto di te.

Cento le canzoni che ti passano davanti e i momenti in cui hai applaudito con calda gioia ai suoi concerti. L’ultimo applauso, fuori dalla porta della chiesa, sembrava non volesse avere fine, mentre “nesci u suli” in un freddo pomeriggio del primo giorno di febbraio. Due si fanno strada per aiutarci a delineare il tratto indelebile di un volto di calabrese che “ha saputo fruttare in ogni stagione, il seme che ha gettato”, per tracciare la cifra di cui erano adornate le sue poesie e l’efficacia della scelta di adottare la lingua dei poveri per dare espressione al proprio canto.

Nel canto “Un servo e un Cristo” , ogni volta sulle ultime strofe, sapevi che l’avrebbe fatto, ma era sempre un tuffo al cuore, quel braccio alzato, da vecchio combattente, anche se a tenere in mano era l’inseparabile stampella. Quel segno di fragilità e di contraddizione a confonderci, a darci quella che sembrava una conclusione, ma che conclusione non era, né poteva essere. Perché la verità ciascuno potesse trovarla dentro di sè e fosse la sua. Due le versioni cantate, una in cui “Sempri in guerra sarà l’umana razza \si cu l’offisi l’offisi castija; \a cu l’offenni, lu vasa e l’abbrazza \e in paradisu sidirai ccu mia”,   l’altra “che non ci piace alla chiesa…”, diceva Mimmo, quella di Cristo che dalla croce risponde al servo, di non essere vittima, ma artefice di giustizia.

A confonderci la sovrapposizione tra la croce e la stampella, che diventando un’unica cosa, svelavano, per un attimo l’uomo, con la sua fragilità. Fragilità di tutti, segnati nella carne e nell’anima da qualche ferita, a volte ben stampata e visibile, altre volte meno. La possibilità di vivere da arrabbiato oppure da indignato, di percorrere due inconciliabili strade. Possibilità che si intrecciano e si sciolgono. A volte, si compongono. “perché Mimmo non ha fatto diventare le sue gambe motivo di piangersi addosso, ha conosciuto la sofferenza, ma non si è fatto imprigionare, ha cantato libero”.

La lotta per la giustizia non ha escluso uno sguardo di profonda religiosità sull’altro e di dolcezza, di profondissima tenerezza, verso la parte femminile che in questa terra è spesso schiacciata o peggio stravolta, nel suo aspetto materno, quando si consegnano i propri figli alla mafia. Chi sa cantare e sognare la vita, sa ascoltare i sogni altrui. Questo è l’altro frammento che vogliamo ricordare, quando alcuni anni fa a Polsi, durante un momento di riflessione voluto da Reggio non tace, Mimmo Martino, ha intessuto insieme ad altri amici, una canzone preghiera alla Madonna della Montagna, sulla possibilità altra di esserci su questa benedetta terra. “A ttìa Calabrisella” è stato l’ultimo suo regalo, cantato nella chiesa degli Ottimati, questo pomeriggio di gennaio, segno di speranza e fiducia nel domani di una terra migliore.                    

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A ttìa Calabrisella di Mimmo Martino (liberamente tratto da uno scritto di Giovanni Ladiana e Peppe Longo)

A ttìa Calabrisella d'oggi e di ieri sòru, figghia, matri e mugghjèri a tia 'sta tarantella dedicamu pi 'nu domani a cui nui speramu

A ttìa chi sì fimmina d'oggi Pè cu' figghjàsti Ii tò belli fiighi?

Pè chì futuru tu li stà criscèndu? Nta quali mani tu li sta'pusandu? 'nta chiddhi chì tì li pigghiàru? O ntà li bucchi di li gran lupari? O nta li stanzi di li carcerèri? O nte rifuggi di li cantuneri?

Cu' megghiu d'Iddha ti lupòti diri. A pèrdita i 'nu figghiu 'u significari

Nci lu mmazzàt 'na stirpi imalarazza E, picciriddhu, u tinìva ntalibbrazza

Prigamu a Ttìa Riggina da Muntagna Chi fai chi quandu chiòvi nuddhu si bagna Fandi japrìri I'occhi e,finalmenti Facimu mi sparisci a malaggenti!

Ndu consegnàu com'un fràti beddhu

Finìu nta cruci, muriu comu 'nu gnèddhu. Cu' megghiu d'Iddha ndi lu pòti diri

Ndi dèsi a tutti un figghiu, nu Maèstru

Chi ndi 'zignàu u valòri d'u rispettu I chiddhu veru, però, veru rispettu!!!

Chiddhu senza superbia p'e cristiàni Chiddhu chi non si schiànta d'u dumani. . Quali futuru nc'esti pi tò figghju

E megghiu mi nci pènzi propriu oggi pirchì a nudde parti nci su' scritti chi di 'stu mali hamu jessiri afflìtti e oggi nci vulimu nui pruvàri e finalmente s'ta paggina giràri vinni lu tempu mu ndi dàmu a manu 'sti cosi maliritti m'i lassamu

Prìgamu a Ttìa Riggina da Muntagna Chi fai chi quandu chiòvi nuddhu si bagna