Direttore: Aldo Varano    

HOSPICE, quel dono straordinario tra la vita e il mistero. NUCERA

HOSPICE, quel dono straordinario tra la vita e il mistero. NUCERA

Lalbero della vita     di IDA NUCERA -

Le note di arpa e flauto ad accompagnare l’inaugurazione dell’Albero della vita, dipinto all’interno di un luogo importante di questa città. Un albero dai grandi rami, le cui foglie dipendono dal gesto che tutti possiamo compiere, dal talento di ciascuno che si trasforma in dono. Un simbolo, “perché in Hospice cerchiamo di proteggere la vita, spiega il dott. Vincenzo Trapani Lombardo, in tutti i suoi aspetti, psicologici, spirituali, affettivi. Per farlo abbiamo bisogno di tante risorse, anche per realizzare questi piccoli eventi. L’entusiasmo dei volontari ci fa andare avanti. Io sono una facciata che rappresenta chi lavora qui ed ancora non ha ricevuto le fatture di luglio... nei volontari ci metto anche gli operatori, perché per lavorare qui ci vuole lo spirito giusto. Ciò che ci anima, la nostra forza, non è politica, sociale, ma porre al centro il malato”.

Salire su questa collina non è una passeggiata, siamo impregnati da una cultura che considera la morte un tabù, il nostro cuore non è allenato a comprendere cosa significhi prendersi cura della vita al suo termine. Si giunge qui perché la giostra della vita sta rallentando, ma anche perché si desidera fare di tutto perché l’ultimo giro non sia accompagnato dal dolore, dalla paura e dalla solitudine.

La storia di questo luogo nasce dalla volontà legislativa di offrire una possibilità “a chi non ha più luoghi e spazi”, di essere accompagnato e curato come se fosse a casa sua. E’ del maggio 2003 la prima pietra, da quel momento l’Hospice è stato presente in città, dapprima come assistenza domiciliare, attiva anche oggi insieme alla struttura residenziale.

Durante l’inaugurazione, avvenuta la scorsa settimana, dell’Albero della vita, eseguito da Giusi Morabito, accompagnato dalla musica eseguita da Cristina Caridi e Ludovica Tripodi, a cui seguiva un momento festoso, ci si è chiesti, sempre più stupiti, come potessero coesistere, senza stridere, due aspetti dell’esistenza così lontani, come le lacrime ed il sorriso. Cosa spinge una persona a diventare volontario, quali le motivazioni profonde, bisogno di esorcizzare la paura della morte, avvicinandosi ad essa, o puro e semplice spirito di gratuità? Ogni illazione, viene smontata entrando in questa “casa”, le luci e le ombre che si volevano indagare, lasciate andare nell’umano spazio delle possibilità che abitano il cuore. Di sicuro la salita per la “Via delle stelle” non si improvvisa, occorre “allenarsi”…

Non ci si improvvisa con una realtà complessa e delicata come questa, ci conferma la psicologa dott. Francesca Arvino, tuteliamo l’aspirante volontario, con un colloquio iniziale a cui segue il corso di formazione, durante il quale è previsto un periodo di tirocinio di circa 20 h, sotto la guida di un tutor, secondo le linee guida del Società Italiana cure palliative. Il percorso si conclude con un colloquio tra il volontario e il supervisore.

La motivazione del volontario è variegata: generosità, bisogno di dare senso… La relazione con il malato fa comprendere il senso profondo dell’accompagnare… e qui ci viene fornita un’informazione preziosa, perché si può fare qualcosa anche quando non c’è più niente da fare. Stare accanto per restituire dignità alla persona, perché questa non è solo la malattia, ed aiutare anche i parenti a comprenderlo, recuperando ricordi, rapporti, relazioni. L’ultima fase della vita è la più significativa, spesso dà senso a tutto il resto”.

“Tu sei importante perché sei tu e sei importante fino alla fine”, diceva Cicely Saunders, che nel 1967 concepì il primo Hospice e una visione olistica del paziente. Già in altre occasioni, come per il recital natalizio, chi si impegna in Hospice, ne parla come di un luogo di vita, come possibilità di abbattere muri e intrecciare relazioni forti e significative, facendo, così i conti con la brevità del tempo che ci è dato e i modi per impiegarlo, traendone frutti, oppure sprecandolo. “La vita e la morte sono intrecciate, spiega la psicologa, è vero che qui si muore, ma questo è il luogo in cui grazie alla cura e all’accompagnamento, si dà vita proprio a quei giorni… almeno ci proviamo”.

Le difficoltà si incontrano, dunque, non tanto all’interno dell’Hospice, quanto fuori, con istituzioni e politica sorde e la cultura del donare ancora poco sensibile. “Chi arriva alla fine, chiarisce il dott. Trapani, qui riceve una serie di cure che altre strutture non garantiscono e che migliorano la qualità della vita, a volte, prolungandola. Nostro obiettivo è estendere questa possibilità a chi, purtroppo, resta in lista d’attesa”. Se ci fossero i mezzi, si potrebbe “trasformare il terzo piano ed avere altri 5 posti letto…. Manca una classe politica che abbia attenzione”, se lo fosse, tra l’altro, ne trarrebbe un vantaggio economico, in quanto “la spesa per un giorno di un ricovero in ospedale, ad es. in rianimazione, è di circa 1.500 €, mentre in hospice è di 260 €, il rapporto è di 1 a 5. Ci parla dell’importanza di “avere un bagdet nostro”, e dell’intenzione “di modificare lo statuto, da fondazione partecipata ad onlus, poichè garantirebbe agevolazioni fiscali a chi dona. Sponsor fissi e donazioni, ci consentirebbero di operare in modo diverso, senza paletti e limiti”. Tante le aspettative e le possibilità per funzionare al meglio, che dipendono dall’auspicato risveglio delle istituzioni. Per il momento, nonostante tutto, l’Hospice va avanti con incrollabile fiducia. Presto, grazie al servizio di giornalisti e grafici, è prevista la pubblicazione di un periodico e, con la collaborazione dell’associazione Fedora, l’apertura di una biblioteca.