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PREFETTI. Quanto costano nei Comuni sciolti? Chi li paga? VARÌ

PREFETTI. Quanto costano nei Comuni sciolti? Chi li paga? VARÌ

Viminaledi DAVIDE VARÌ -

Li vedi aggirarsi con passo felpato tra le austere mura “viminalizie” con l’abito grigio d’ordinanza e il candido fazzolettino infilato nel taschino, i prefetti d’Italia sono (ancora) la voce e la lunga mano dei governi. Obbediscono alle direttive ed eseguono sul campo quel che il ministro (di turno) ordina. Sono anche ben pagati per farlo: tra indennità, rimborsi e premi vari arrivano a racimolare 160mila euro l’anno. Si muovono in silenzio, riferiscono sottovoce e agiscono senza annunci: usano carte bollate e ordinanze che, spesso, fanno più clamore di un colpo di cannone. Ma loro - talento innato e affinato nella Scuola superiore del ministero - sanno bene come nascondere la pistola fumante.

L’ultima schioppettata l’abbiamo raccontata qualche giorno fa e ha colpito 15 lavoratori del crotonese che il signor prefetto ha bollato come amici dei mafiosi e l’azienda ha proceduto prontamente a licenziare. Ma questo è il meno, in Calabria e in Sicilia i prefetti sono soprattutto noti per inviare a Roma segretissime relazioni che precedono (e determinano) lo scioglimento dei comuni, fottendosene bellamente del voto del popolo. Se il prefetto sente puzza di bruciato, puzza di mafia, ecco pronta una bella relazione che il ministro - senza nemmeno sfogliare - impacchetta e porta in consiglio dei ministri per avviare l’iter del commissariamento. Perché sciogliere è sempre meno rischioso che non sciogliere. E poi non c’è neanche bisogno di un processo, di prove e controprove: la firma del fedele funzionario prefettizio è più che sufficiente e nessuno verrà mai a rompere le scatole.

Che poi i comuni liquidati finiscano i mano ad altri prefetti è un pensiero malevolo di chi non crede alla loro totale e disinteressata dedizione. Fino a qualche tempo il commissario prefettizio che prendeva possesso del comune sciolto per mafia o per dissesto, oltre al generoso stipendio ministeriale, intascava un’indennità pari a quella del sindaco liquidato. Ma qualcuno (di loro) ha fatto notare che il commissario prefettizio non sostituisce solo il sindaco ma l’intero consiglio comunale. E allora ecco una seconda indennità, pari a quella dei consiglieri ridotta di un quinto. E poi ci sono gli aiutanti, i subcommissari, che sono almeno due e hanno diritto al 70% dell’indennità del prefetto. Il tutto a spese del Comune che spesso è in dissesto. Senza contare i rimborsi spese per viaggi e cene di lavoro. Ma questi, appunto, sono pensieri malevoli, loro agiscono nell’interesse comune, vivono per la causa.

E la loro causa è quella del ministro. Se il boss ordina mano ferma e pugno duro, loro eseguono. Come quel tale Mori, il prefetto di ferro - archetipo stesso del prefetto moderno - che, dicono, debellò la mafia siciliana con fermezza e senza guardare in faccia nessuno. Era il ‘25 quando Mori arrivò in Sicilia e la mafia, cronache alla mano, durò altri 90 anni buoni. Ma una cosa Mori la ottenne: secondo i numerosi storici inglesi sedotti dal fascino esotico della Sicilia, diede una grande mano ai latifondisti contro i contadini che osavano ribellarsi e rompere gli zebbedei. ”Amici dei mafiosi e comunisti”, sentenziava il camerata Mori mentre infilava i ferri ai polsi della plebaglia. Del resto lui, e tanti altri dopo di lui, era convinto che la legge fosse un fastidiosissimo limite che rallentava la lotta contro il cancro mafioso. Un pensiero che attraversò anche la mente del capitano Bellodi di sciasciana memoria: «Il capitano sentì l’angustia in cui la legge lo costringeva a muoversi; come i suoi sottufficiali vagheggiò un eccezionale potere... una eccezionale sospensione delle garanzie costituzionali in Sicilia.. e il male sarebbe stato estirpato per sempre. Ma gli vennero alla memoria le repressioni di Mori, il fascismo».

Oggi, nella sola Calabria, sono più di sessanta i comuni sciolti grazie ai prefetti. Alcuni sono stati azzerati 3-4 volte. Prima o poi qualcuno dovrà pur capire che se sciogli un comune quattro volte di seguito può darsi che la medicina non sia quella giusta. In attesa dell’illuminazione, loro, i prefetti, si piazzano nelle stanze che furono dei sindaci per governare la città. Andatelo a chiedere ai reggini che guai ha combinato la cosiddetta “triade prefettizia”. Fogne a cielo aperto, tasse alle stelle e servizi dimezzati: i sudditi dello Stretto ricordano con più sollievo il terremoto del 1908. Ma la troika è andata avanti per 18 mesi, consapevole di non dover rendere conto a nessuno, tantomeno ai poveri reggini. Ché mica sono eletti, loro sono nominati. Una volta finito il lavoro sporco - e Reggio sporca lo era davvero, una cloaca - impacchettano valige e cadeaux e vanno via senza neanche salutare.