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Le vacche sacre dell'Aspromonte

Le vacche sacre dell'Aspromonte

vacche-sacre   di ANTONIO CALABRÒ -

Pochi giorni fa ho fatto una passeggiata nei boschi di Gambarie. Un percorso segnato nelle cartine, il “Sentiero rosso”, pochi chilometri di vegetazione rigogliosa e di profumo, tranne ai margini accanto all’abitato dove l’inciviltà regna sovrana sotto forma di pattume diffuso.

Mentre mi godevo la natura in compagnia di amici, una piccola mandria di vacche e vitelli, scortati da un grosso bue, tutti di color latte sporco, ci ha attraversato la strada. Gli animali, baldanzosi nelle loro cicce ballonzolanti, gli occhi vigili e l’andatura agile nonostante la mole, si sono allontanati velocemente da noi predatori umani, con il bue ultimo a vigilare sulle nostre intenzioni.

L’evento ci ha spinto al sorriso. Gli animali, in stato semi selvatico, sembravano una famigliola bonaria in vacanza fuori porta; uno dei vitelli, evidentemente terrorizzato dalla nostra presenza, ha deviato dal loro percorso, e il bue si è fermato ad aspettarlo con la severità di un padre premuroso. Poi si sono dileguati nel bosco. Con loro non c’era nessuno, né un pastore, né cani da guardia. Erano soli, erano liberi e, secondo me, erano anche felici. Magari qualcuno ne farà bistecche, ma alla fine la natura è anche questo.

Ho pensato solo molto dopo che gli armenti potevano essere parte di quelle che alcuni definiscono “Le vacche sacre della ‘Ndrangheta”. Però non mi sembravano particolarmente grasse, né tanto disponibili a farsi avvicinare; non avevano marchi, erano piuttosto sporche in modo naturale; insomma erano solo delle vacche, che di sacro forse hanno soltanto la nominata.

Ho letto nei giorni scorsi di questa idea geniale di abbatterle per intaccare il potere delle cosche. Al di là della comicità della proposta, che non è chiara solo a chi non sa davvero nulla della nostra terra e delle dinamiche che la governano, devo dire che ho provato un istintivo moto di rabbia all’idea che quelle povere bestie siano sacrificate sull’altare del delirio permanente. Se avessero proposto di farne bistecche o di rinchiuderle in recinti per evitare lo sconfinamento in terre coltivate, non avrei neanche notato la notizia; ma fare di una questione simile una iniziativa “antimafia” è davvero il segno di quanto male (talvolta) viene combattuta.

Lasciamo perdere le vacche; anzi tuteliamole in modo serio, che possono essere persino un tocco di colore del nostro magnifico Aspromonte; dedichiamoci piuttosto a indagare sui conti all’estero, sulla moneta sonante, sulle violazioni alla luce del sole, sulla violenza dei ricatti. Le vacche sono la solita cortina fumogena per coprire situazioni ben più gravi; se appartengano a qualche famiglia mafiosa, o se siano solo delle bestie in fuga dalla nostra stupidità, non è molto importante. È piuttosto importante che con i soldi che si andrebbero a spendere per il loro olocausto si potrebbero benissimo ripulire i nostri boschi dai rifiuti della peggior bestia di tutti. Solo gli uomini vanno a gettare scaldabagni e frigoriferi nel bosco, solo gli uomini banchettano tra gli alberi lasciando quintali di plastica e di rifiuti veri. E non sono uomini appartenenti alla ‘Ndrangheta: sono semplicemente dei cretini, e basta.

Oggi le vacche, domani magari gli scoiattoli, dopodomani i ferocissimi lupi di Montalto. Tutti animali d’onore, colpevoli solo di risiedere nella montagna più aspra, più criticata, più mistificata d’Italia; abbattiamoli tutti, anzi facciamo intervenire i Jet con i gas Esfolianti. È risaputo infatti che i più pericolosi malavitosi abbaiano scavato milioni di chilometri di cunicoli nell’Aspromonte, come i Vietcong.

Nell’attesa di usarli passano il tempo nelle loro ville in Costa Azzurra, e da laggiù telefonano per controllare se qualcuno abbia munto le loro vacche sacre, se altre siano gravide, e se la monta del mese abbia dato frutti. Sono legati ai loro beni, i mafiosi, è risaputo.