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Sud e accoglienza: la trama essenziale dell'ospitalità

Sud e accoglienza: la trama essenziale dell'ospitalità

manidi IDA NUCERA

- "Darei il Nobel - ha di recente filosofeggiato Cacciari - alla gente delle regioni del Sud per la generosità e lo slancio commovente, nonostante le difficoltà economiche che pure stanno affrontando, nell’accoglienza degli immigrati”. Detto da un osservatorio comodo del Nord, potrebbe anche infastidire l’ascoltatore che sta nelle angustie, se non fosse che la frase, Nobel a parte, ha posto in evidenza una realtà che andrebbe indagata con rispettosa attenzione ed essere motivo di una riflessione meno cattedratica e più vissuta.

L’essere a Sud è una condizione particolare, che, a volte, rende unici. Essere a Sud significa nascere e vivere in un luogo che ha in sé degli svantaggi, delle grandi contraddizioni e insieme altrettante opportunità, che, se colte, ti cambiano ed anch’esse sono uniche. Essere a Sud comporta quella visione umana delle cose osservata con una prospettiva diversa, rispetto a quella generale e di facciata che si ha delle cose. Essere a Sud è vivere agli incroci più disastrati del paese. Ma non per piangersi addosso, tantomeno rassegnarsi, casomai indignarsi e, per dirla con le parole del vecchio Faber, riconoscere che “per quanto vi crediate assolti, siete per sempre coinvolti”.

Ma torniamo all’accoglienza. Secondo un pensiero lineare, quello attuale, meschino e populista, di fronte ad un’emorragia così imponente e ad un devastazione epocale così drammatica, bisogna difendersi. Chiudendosi a proteggere il niente che è rimasto. E’ quello che vediamo fare in queste ore da personaggi squallidi che fomentano l’odio e la paura, dando fiato ai cannoni dei respingimenti, più miserabilmente, proponendo la chiusura delle borse ai comuni che danno ospitalità. E non si tratta solo di leghisti, l’allarme è anche dei politici e amministratori di altro segno. “Abbiamo già dato, abbiamo accolto, ora provvedano altri!”. La preoccupazione serpeggia in basso, tra gli istinti, diciamo così, di pancia, della gente. Ma in fondo è lo stesso allarme che serpeggia ad alto livello in un’Europa, incapace e divisa, pronta a ricostruire muri. Già dove metterli? Con chi mettersi in urto? Meglio prendere tempo. Intanto la catastrofe, quella vera, di proporzioni bibliche è nei nostri porti, nei centri di accoglienza. Come essere ospitali quando mancano le risorse? Come esserlo, proprio in un contesto in cui si hanno meno risorse?

Da una parte la difesa con le unghie e con i denti. Con la rabbia e il livore. Dall’altra c’è quell’essere al Sud che cambia la prospettiva delle cose. Arrivano al porto e già in rete e con gli sms la notizia gira e la gente è là, di fatto, oppure, in cento altri modi. Portando le ciabatte, i succhi di frutta, merendine.

Analizzare i perché ci porterebbe alle stimmate di una storia, alle radici mai tagliate di chi è dovuto emigrare da Sud a Nord, o ancora più a Nord, Svizzera, Germania, o all’altro capo del mondo, in America. Che piaccia o no, il nostro sentire, il nostro modo di reagire, nei porti del Sud, come alla Stazione di Milano, anche quando non lo decodifichiamo, nasce da una storia personale e collettiva. A volte è troppo buia ed ha portato alla rimozione, al negazionismo, a ferite mai del tutto cancellate. Pensiamo alla Germania nel dopoguerra. Devono passare due, tre generazioni per riaprire certe pagine macchiate di sangue, per sciogliere certi imbarazzanti nodi e chiarire terribili interrogativi:“E tu cosa facevi, mentre si compiva l’Olocausto?”

Per chi ancora non l’avesse capito, o non gli piace capirlo, l’ospitalità è la trama essenziale su cui ci giochiamo tutto in questi anni. Essere a Sud, ci dona un’occasione e uno sguardo profetico. Il Sud può essere luogo di integrazione e di opportunità. O di cecità, dipende da come ci giochiamo. Perché le radici possiamo tranciarle, dimenticarle. Saremo capaci di testimoniare un modo altro di essere uomini?

Restare umani non riguarda solo il Sud. Sentirsi parte di un Umanesimo che stiamo perdendo, di un sentire profondo da condividere insieme, è urgenza di tutti coloro che si pongono in questa prospettiva storica e spirituale. Che decidono di costruire insieme, perché nessuno si illude che sia facile e scontato. Ma siamo di fronte ad un altro filosofico e stavolta imprescindibile, “Aut- Aut”. Domani saremo interrogati dalla vita, cosa risponderemo ai nostri figli e nipoti, quando ci chiederanno: “E tu, dov’eri…. quando morivano in mare…?”.