Direttore: Aldo Varano    

Il Museo della ndrangheta e gli equivoci dell’antimafia reggina

Il Museo della ndrangheta e gli equivoci dell’antimafia reggina

paul klee 1914  di ALDO VARANO

- UNO. Sarebbe un grave errore per la Calabria e per Reggio se le ruberie del Museo della ‘ndrangheta (ovviamente: presunte e da dimostrare; trattandosi di accuse non vagliate processualmente) non diventassero occasione (lo ha già osservato Consolato Minniti in una puntuale riflessione sul Garantista) per una discussione culturale e politica sul complesso delle associazioni dell’Antimafia.

L’approfondimento avrebbe due vantaggi: intanto, dar conto del coraggio della procura di De Raho e del lavoro dei Pm Giuseppe Lombardo e Gaetano Paci che stanno conducendo un’indagine su una struttura che ha spesso sponsorizzato e dato spazio a magistrati e studiosi che si ritrovano ora a dover prendere atto che forse le spinte a cui hanno risposto erano strumentali e inquinate; secondo, dare la possibilità alle singole associazioni antimafia di rivendicare e dimostrare (quando e se possono) trasparenza, correttezza, spirito di servizio per separare le loro responsabilità dal discredito.

Dopo tre gravi episodi in Calabria l’opinione pubblica si sta convincendo che quel mondo sia un grumo di affarismo, corruzione e furbizia. E’ un giudizio probabilmente ingiusto, ma inevitabile. Del resto, è ingiusto anche il giudizio senza distinguo che investe la politica. Ma piaccia o no, così è. Si tenga poi conto che anche sul piano nazionale c’è un ripensamento sul ruolo dell’Antimafia. Arrivano critiche feroci e prese di distanza anche di giornalisti (giornali) e osservatori che a lungo sono stati icone e/o sostenitori entusiasti del Movimento.

La signora Angela Napoli, a lungo parlamentare, per esempio, parla sempre di “antimafia dei fatti” evidentemente per distinguersi da quella delle parole e degli affari. Nicola Gratteri, tuona: “Basta con l’antimafia della partite Iva, associazioni che vanno in giro a chiedere contributi per camminare con una candela in mano”. E, per restare a queste ore, il presidente dell’Anticorruzione, Raffaele Cantone, a Toni Mira che lo intervista per il quotidiano dei vescovi, detta: “L’antimafia è diventata una sorta di brand, che consente di accedere a una serie di vantaggi come poter conquistare i beni confiscati”. Aggiunge: “Un meccanismo istituzionale che ha consentito carriere politiche, di nascondere affari illeciti. «Tanto io sono antimafia», quindi legibus solutus”.

Insomma, il quadro è cambiato non sarà più tanto facile che studiosi (più o meno validi) esperti, magistrati, giornalisti, docenti universitari mettano la faccia alle iniziative dell’antimafia, o partecipino (con rimborso) a iniziative o viaggi anche all’estero o sfilino, così come sarebbe accaduto per le iniziative del Museo della ndrangheta.

DUE. In passato il direttore di questo giornale ha sostenuto che l’antimafia a Reggio fosse in gran parte una componente costitutiva dello “scopellitismo”. Non era un attacco politico, come pure gli venne rimproverato. Ma un’analisi avalutativa per indicare il blocco degli interessi culturali, politici ed economici, proposta quando l’ex Governatore era un uomo politico potente. Va aggiunto che il matrimonio non s’era consumato per amore di Scopelliti ma per il corteggiamento dell’Antimafia.

Il giudizio era quindi fattuale: a Reggio quasi tutte le organizzazioni antimafia (forse con la sola eccezione di Reggio non tace e della on. Napoli) avevano firmato per impedire lo scioglimento del Consiglio comunale per mafia. Anche chi scrive era scettico sullo scioglimento. Ma le organizzazioni dell’antimafia, che si erano affermate come supporto e sostegno della magistratura, fingendo di non sapere che lo scioglimento era partito (come da legge) da una riunione del Comitato provinciale per l’ordine pubblico, dove i magistrati sono magna pars, avevano mollato di brutto i giudici e si erano schierate in modo massiccio come rispondendo a un ordine che per quanto imbarazzante non può essere ignorato per non aver guai (economici?). Anche il Museo della ndrangheta firmò. Ovvio, ora che emerge l’accusa di un mercato tra le istituzioni (prima di tutto la Regione) e un pezzo dell’antimafia, sorga il dubbio che i finanziamenti incamerati e allegramente spesi o intascati (sempre se le accuse verranno confermate) possano essere all'origine della docilità con cui alcuni si schierarono in quelle vicende.

TRE. Come si esce da questo groviglio di contraddizioni e degrado? Mentre aspettiamo di capire se le accuse contro il Museo della ndrangheta significano l’assoluzione di tutte le altre organizzazioni antimafia perché monitorate e risultate trasparenti e in ordine (per scacciare il cattivo pensiero che alla fine paghi solo il Museo) serve che Regione, Comuni e Province pubblichino l’elenco di tutti i contributi e i benefit, proprio tutti, a qualsiasi titolo concessi, alle associazione antimafia a partire dal tragico assassinio di Franco Fortugno, quando si proposero come strutture dinamiche nella lotta alle cosche.

Le associazioni antimafia, invece, potrebbero promuovere un’iniziativa “Trasparenza” pubblicando sui loro siti tutto ciò di cui hanno beneficiato in modo chiaro, semplice, comprensibile, verificabile.

E’ vero, la proposta non è nuova. Fu avanzato a ridosso della discussione sullo scioglimento del Consiglio di Reggio. Ma nessuno la prese in considerazione. Talvolta ci vuole pazienza. Spesso si tratta di aspettare. Come in questa occasione. Certo ormai una cosa è sicura, senza fatti “spinti” di trasparenza difficilmente verranno recuperati prestigio e credibilità.