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Io mi ricordo che negli anni Settanta a Reggio …

Io mi ricordo che negli anni Settanta a Reggio …

Reggio 60-70   di ANTONIO CALABRÒ -

Qualsiasi tentativo di confrontare diverse epoche è un azzardo. Siamo tutti nostalgici del passato, sia stato migliore o no del presente. Colpa del rimpianto perenne della gioventù, la fase più bella della vita.

Ciò premesso è bello rievocare, la vita degli anni scorsi.

Reggio Calabria (io mi ricordo senza alcuna pretesa di imitare il Fellini di Amarcord) era profondamente diversa: più piccola, circondata da vasti giardini coltivati nei quali era normale trovare greggi di pecore e capre che spesso si spingevano in città. Il corso Garibaldi era la zona cittadina per eccellenza, ma i rioni erano delle loro identità. Sbarre, Santa Caterina, Gebbione, Tremulini e così via, ciascuno con caratteristiche immediatamente: erano le città di chi li abitava. Piazza De Nava e Piazza Garibaldi segnavano, invece, i confini, e la Via Marina d’Estate era la zona per eccellenza, dello “struscio”.

I contatti tra ragazzi e ragazze avvenivano per sguardi iniziali. Il corteggiamento consisteva in lui che seguiva - muto - lei fin sotto il portone di casa, nella speranza di farsi notare. Gli approcci diretti erano scostumatezze, e le ragazze avevano l’obbligo di non rispondere. La sorveglianza dei genitori era continua: si rischiavano calci e schiaffi solo per una parola detta sgarbatamente. Tra la conoscenza e il primo bacio passavano almeno sei mesi; per non parlare poi della ginnastica sessuale, rigorosamente segreta, non comune, e riservata soltanto a ribelli trasgressivi e libertini (anche se Reggio ha fama di essere sempre stata una città caliente nonostante la patina di un formalismo che allora era rigoroso).

I bambini erano frotte. Le generazioni degli anni ’60. Ogni coppia aveva minimo tre figli. Il parco giochi per eccellenza era la strada, e lì ci si ritrovava. I numerosi cantieri edili. I prati e le spiagge deserte. Si giocava con i tappi delle bottiglie, con legni di cassette tramutati in spade o pistole. Le ragazze tracciavano per terra con pezzi di mattoni d’argilla arancioni il famoso “campanaro”. Sorvegliate dalle nonne sedute fuori a chiacchierare. I giocattoli erano semplici e poco costosi. Soldatini, le “costruzioni Lego”, le bambole grassocce dell’epoca. I più adulti giocavano con le palline Tic Tac. Il rintocco delle due pesanti sfere era un rumore caratteristico dell’epoca.

Ma il gioco per eccellenza era il pallone. Non si diceva “giochiamo a calcio”, mai. Si diceva giochiamo “a pallone”. Per strada, sull’asfalto, la porte costruite con due pietre, la carambola vale solo se giocano i piccoli, il portiere “volante” e il “fermo gioco” urlato quando passava qualche sporadica auto. I “grandi” spesso uscivano furiosi e se prendevano il pallone te lo bucavano. E tu ti vendicavi attaccando uno stecchino al citofono. Dirlo ai genitori non se ne parlava. Nulla veniva riportato in casa, neanche se le buscavi da un prepotente più grosso. Altro che bullismo. Il motto era che “se le prendi e le riporti prendi il resto”. Solo i vigliacchi e i viziati chiamavano le mammine a difesa.

I bambini svolgevano compiti da adulti. Andavano in bottega a fare la spesa, con la bottegaia che faceva i conti direttamente sui sacchetti. Poi passa mamma, e lei segnava in un quadernetto. Si andava a comprare il pane, con file chilometriche, solo per incontrare la tipa dalle trecce bionde. Per strada erano numerosi gli ambulanti. Uno spettacolo d’inventiva, la loro “reclame”. Dalle patate pasta gialla alla varichina alla vibonese, ai famosi ventiquattro rotoli di carta igienica “a sole mille lire”. I primi extra comunitari erano marocchini che vendevano coperte e tappeti, che portavano a spalla. I bambini li prendevano in giro, ma bastava una finta per metterli in fuga.

La mattina all’alba passavano gli spazzini sulle loro biciclette attrezzate di bidoni. Spazzavano le strade tra una birra e l’altra. Era facile vedere gigantesche motrici che occupavano mezza via Galileo Galilei trascinando dei carri ferroviari montati su carrelli speciali. Gli autobus, verdi, erano forniti di bigliettaio, seduto in coda. I bimbi sotto i sei anni non pagavano. A piazza Garibaldi sostavano le carrozze con i cavalli, e l’odore pungente delle deiezioni si spargeva per tutta la piazza. C’erano i rivenditori di fumetti usati, c’erano le massaie organizzate che a casa vendevano biancheria intima a basso costo, c’erano quelli che portavano l’olio buono dalla provincia, con una clientela affezionata (e talvolta imbrogliata). I mercatini erano numerosi. Sotto il ponte Calopinace c’era una folla. Frutta, verdura e pesce in quantità. “Garibaldi sutta o ponti, chi vindiva pumadoru, a bilancia non ci iva, Garibaldi s’offendiva”, era una delle canzoncine in voga.

La radio in macchina era una novità assoluta. Poi iniziarono a rubarle e arrivò l’innovazione della radio “estraibile”, per cui vedevi tantissimi che sottobraccio avevano l’ingombrante apparecchio. Magari insieme al borsello per uomo, usato- si diceva- soprattutto dai comunisti perché “poco virile”. Era tutto un fiorire di stupidaggini, che oggi fanno tenerezza e rimpianti.

In casa si risparmiava. Gli abiti passavano da fratello a fratello, senza alcuna vergogna. Idem le scarpe e i libri di scuola che non erano numerosi come oggi. E non cambiavano ogni anno. Le costosissime cartelle dei ragazzi di oggi erano sostituite da cinte, elastici, nastri colorati, borse della ferrovia o della posta, valigette dismesse. Andava forte la cintura militare, con la fibbia stemmata da simboli guerreschi.

Gli occhiali da sole erano privilegio di pochi. Un obiettivo strategico per i più ragazzi. Le chiavi si tenevano appese al passante dei jeans, che vivevano allora il loro boom. Un moschettone da cantiere edile era il portachiavi più ambito. La moda era considerata per ciò che è: una moda, e basta. Solo i figli di papà vestivano “firmati”. Non c’erano soldi per queste pacchianate. Si badava al sodo. I figli dei parrucconi guardavano le (orrende e puzzolenti) scarpe “Mecap” e ti prendevano in giro. Loro calzavano costosissime Adidas o Nike, che il figlio di un impiegato non si sarebbe mai potuto permettere.

Ma nella strada non contavano niente, i viziati. Nella strada contava saper prendere le lucertole con le mani. Pescare i topi con una lenza innescata col formaggio. Tirare i calci di punizione con la potenza di Rombo di Tuono.

Da Agosto in poi c’erano file di pomodori tagliati a metà e stesi su tavolacci ad essiccare al sole. In casa si faceva di tutto. Melanzane sott’olio, funghi, fichi secchi, marmellate. A Settembre “le bottiglie”, la conserva di pomodori. I più ragazzi destinati a girare la manopola della spremitrice.

Per risparmiare sulla luce elettrica si usava “Lo struzzo”. Un pezzo di pellicola infilato nella fessura del contatore. I telefoni spesso erano “Duplex”: una sola linea per due utenti. Nei telefoni pubblici si usavano tutti i sistemi per fregare la chiamata: dal gettone legato con la lenza alla scheda (ma questo successivamente) taroccata. La mancanza di senso dello Stato era fortissima, ed è uno dei rari punti di contatto con il presente. In tutti i modi cercavi di fotterlo. Pensioni d’invalidità fasulle, sussidi, contributi a pioggia. Gli amici degli amici che avevano liste chilometriche di persone da favorire. C’è chi dice che ora paghiamo quelli sprechi. Penso che quelli invece erano gocce nel mare dei soldi destinati ai soliti potenti. La somma di tutte le pensioni d’invalidità false impallidisce di fronte alle concessioni avute dalle grandi aziende in perenne difficoltà.

Era un mondo diverso. Una Reggio diversa. Migliore o peggiore, non so. Pregiudizi, stupidaggini, prepotenze, c’erano allora come ci sono oggi. Ma una cosa si può affermare tranquillamente. La povertà, e l’arte di arrangiarsi, fomentano l’amore e il senso di appartenenza. Il benessere favorisce il distacco e incrementa la solitudine. Non si torna indietro, mai. Ma ripensare a quando bevevamo acqua di pozzo è salute mentale, ed anche le risate che ne sgorgano sono salvifiche, rispetto a questa realtà di plastica, letale per tutti noi.