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UNIVERSITÀ: Crollo al Sud. Da Reggio la più grande fuga italiana: 40% in meno

UNIVERSITÀ: Crollo al Sud. Da Reggio la più grande fuga italiana: 40% in meno

unirc   di DONATO MORELLI -

E’ tra i fondamentali che la debolezza italiana emerge con nettezza rispetto all’Europa. L’Italia tra i pari livello ha il numero meno alto di laureati. Accade quando lo sviluppo tecnologico assegna una funzione decisiva a una formazione medio-alta per produrre ricchezza.

E se è un disastro per l’Italia, il dato disaggregato registra una catastrofe nel Mezzogiorno.

I numeri li pubblica Sole 24 ore e li rilanciano le più autorevoli agenzie. L’Italia dal 2011 ha perduto il 6,8 di immatricolazioni universitarie. Ma se al Nord la situazione è stazionaria e comunque in linea col decremento demografico, al Sud si sprofonda: 14,5 di perdita netta. E man mano che nel Sud si fruga dove più alte sono le criticità si scopre l’impensabile.

Reggio Calabria ha un nuovo triste primato italiano: ha perduto il 40% d’immatricolazioni (la più alta perdita del paese) e tra il 2011 e il 2015 l’hanno scelta soltanto 834 studenti. Cosenza perde il 10,8. In Calabria si salva solo Catanzaro che una performance in avanti del 16,1 (favorita però dall’essere una università molto giovane e quindi valutata rispetto a dati di partenza bassi; anche se le immatricolazioni sono il doppio delle reggine: 1685). Accanto a Reggio, settima in Italia nella débâcle, l’università di Messina: -28,1.

Colpa delle università, del loro scarso appeal e della capacità non alta di formazione? Secondo Sole24, non soltanto.

Ci sono almeno due fenomeni di cui tener conto. Intanto, c’è un vero e proprio esodo dal Sud alla ricerca non tanto di università migliori (molte sono eccellenti anche al Sud) quanto di un complessivo ambiente migliore, di territori dinamici dove occasioni e opportunità per il proprio futuro si moltiplicano. Un esodo per ricchi che lo possono finanziare. Su questo dall’interno del Mezzogiorno si può far poco: serve una strategia complessiva di crescita di respiro nazionale.

Ma c’è un altro elemento che dipende dalle regole sbagliate del gioco, quello sul diritto allo studio che è gestito dalle Regioni e non dallo Stato. Scelta che non funziona e nega ai meridionali diritti garantiti dalla Costituzione.

Vediamo meglio. Gli studenti, in base al merito e alla condizione sociale hanno diritti riconosciuti in tutta Italia. Ma le istituzioni che dovrebbero garantire questo diritto sono le Regioni che nel Mezzogiorno (tranne che in Basilicata) si guardano bene dal farlo. Ufficialmente, non hanno i quattrini. A guardar meglio: non hanno i quattrini per garantire un diritto (quello allo studio) che in realtà non presenta per la politica regionale alcun vantaggio elettorale entro il periodo in cui gli investimenti regionali devono garantire il ritorno in voti.

Le Regioni accolgono le domande di chi ha diritto a usufruire della borsa di studio ma siccome i soldi non ci sono gli studenti a cui viene riconosciuto quel diritto non ne possono usufruire. Insomma, il diritto allo studio è un diritto negato in una parte grande del paese. In Emilia, Toscana, Umbria, Veneto tutti gli studenti che hanno diritto alla borsa di studio la ottengono. In Calabria, invece la ottengono solo il 57,2 degli aventi diritto (nell’anno accademico 2012/13, solo il 42,1). Siamo terzultimi dopo lo scandaloso disastro di Crocetta (solo il 32,3%) e della Campania pre-De Luca (52,8; dopo un insopportabile 27,4).

E’ una semina al contrario che garantisce un futuro del Sud e della Calabria sempre più marginale.

Dati che ripropongono lo stesso divario esistente in Italia subito dopo l’unità quando l’alfabetizzazione era affidata ai Comuni che, non avendo quattrini, non la garantivano. Il Sud iniziò a uscire dall’analfabetismo quando il compito passò dai Comuni allo Stato. Oltre un secolo e mezzo dopo servirebbe la stessa operazione: sottrarre la gestione del diritto allo studio alle Regioni e passarla allo Stato.

Del resto, le Regioni sono (sarebbero) nate per migliorare con l’autonomia i territori. Ma quando si scopre che non sono in grado di garantire servizi elementari, è necessario cambiare: si tratti della sanità o del diritto allo studio che non possono che essere diritti universali.