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IL REPORTAGE. Dall’inferno del percolato di Casignana

IL REPORTAGE. Dall’inferno del percolato di Casignana

la discarica   di ANTONELLA ITALIANO -

Arrivare alla discarica senza una strada percorribile in auto era poco più che una scommessa. Tre frane, e il fango sparso ovunque, ne ostruivano il percorso: solo gli abitanti del posto avrebbero potuto agevolarci, ma su certe strade, purtroppo, si cammina da soli.

Sapevamo di una vasca crollata e di quanto quest’impianto, da anni al centro di polemiche, avesse avvelenato i nostri territori. Sapevamo di un business di milioni di euro che ci ruotava attorno, e di centinaia di migliaia di tonnellate di immondizie, più o meno “regolari”, che giacevano a due passi dalla Statale 106. Ma il mostro non l’avevamo mai visto.

Dopo ore di cammino, sulle colline sotto Casignana, l’odore nauseante del percolato ci raggiungeva prima ancora di arrivare alla meta. Silenzio, desolazione e morte.

Collinette di rifiuti e terra iniziavano a mostrarsi lungo la via, pali che sostenevano una debole rete metallica segnavano l’illusorio confine tra i due mondi. Come se ci sia mai stato un confine tra il veleno nero, che si infiltra libero nelle falde acquifere e nel mare, e le esclusive piantagioni di vitigni di Greco, i campi dei contadini, i pascoli delle greggi, e le spiagge su cui i romani costruirono la loro Statio.

A bocca aperta osservavamo quei resti, sperando che la discarica finisse. Ma solo dopo decine di metri il mostro ci mostrava la sua faccia: una montagna terrazzata di rifiuti, mal coperta da teli stracciati, alta 150 metri. Un’autobotte parcheggiata accanto a pozzi che vomitavano schifezze, ferma chissà da quanto, canalette in cemento intasate, che avrebbero dovuto convogliare il percolato nei punti di raccolta, sembravano messi lì a deridere i “visitatori” e non per un utilizzo effettivo. Un macabro anfiteatro da cui sgorgava copioso il veleno nero.

Credo che una fogna ci avrebbe fatto meno ribrezzo.

Alla base di quest’enorme terrazzamento stava una grossa vasca stracolma di percolato, e un solco di fango, posto a picco sul torrente Rambotta, era l’unica traccia della vasca posta più in basso, scivolata giù a valle con tutto il suo veleno a seguito dell’alluvione dei giorni scorsi.

Di tutto questo non riusciremo mai a rendere l’impatto visivo, né gli odori, né il silenzio mortale. E tutto questo, ripercorrendo al buio e a ritroso la strada attraverso le campagne, riuscivamo a stento a metabolizzare.

Umido e rabbia nelle ossa, e consapevole incoscienza ci costringono oggi a parlare.

Quel mostro ha più di un nome, ed è coperto da un silenzio assoluto, alimentato dal bisogno e dalla corruzione; è un carico pesante sfidarlo, è come scegliere il modo di morire: mettere fine al clientelismo che affama e sfama ciclicamente i nostri paesi e pagarne dunque il relativo prezzo, o accettare silenti per l’oggi le conseguenze che certo i nostri figli e i nostri nipoti pagheranno domani?

E mentre pochi lupi solitari si ribellano, altri vendono ai mostri la dignità e la salute. Per qualche centinaio di euro. O una cena.

Ferdinando Parisi è l’avvocato che cura al Tar il contenzioso tra il comune di Bianco e quello di Casignana per la chiusura e la messa in sicurezza del sito, già dalla precedente amministrazione. È stata per sua iniziativa che, raccolto tutto il materiale fotografico di quel giovedì di fango e melma alla discarica, è corso in tribunale a chiedere provvedimenti. Immediati.

Ieri ha vinto: decreto d’intervento d’urgenza. Una misura che obbliga la regione Calabria, il ministero per l’Ambiente, il comune di Casignana a intervenire per mettere in sicurezza il sito entro massimo tre giorni.

Ed è già troppo tardi considerando che la discarica, in assenza di piogge, produce quotidianamente 28-30 metri cubi di percolato. Intervenire prima era fondamentale.

Ma per l’avvocato Parisi nessun tappeto rosso, oggi. Nessun sindaco, neanche di quelli particolarmente destri con la comunicazione, si è detto soddisfatto di questa vittoria.

Neanche di quelli che la discarica “non l’avrebbero voluta mai” o che l’hanno fatta “punto prioritario della campagna elettorale”. Nessun politico ha alzato l’indice per condividere gli interventi, o per fare una telefonata, o per rispondere a una telefonata, o per digitare qualcosa sui social di più interessante che la propria fotografia.

L’alluvione ha portato fuori tutto il fango.

Noi siamo felici di questa piccola grande vittoria, che è dell’avvocato, dei cittadini di Bianco, e di tutti i comuni del comprensorio. Dei nostri figli e dei nostri nipoti soprattutto.

Ieri, alla terza visita in discarica, un vecchio massaro ci ha raggiunto piangendo. Ci pregava di non pubblicare più nulla perché da diverse mattine non riusciva a vendere il suo latte «Questa discarica non verrà mai più riaperta, avete la mia parola. Protesteremo per la strade. Ma non pubblicate nulla o mi rovinate». E, con questa angoscia nel cuore, ancora pubblichiamo. Chiedendoci se egli abbia oggi qualcosa di cui vivere, con cui pagare i debiti, fare la spesa. Se egli abbia figli. Chi è stato danneggiato ha diritto al rimborso; ma il silenzio di molta gente, di molti giornali, di molte istituzioni rischia di convogliare ogni sforzo in una lotta intestina. Di essa, sempre noi le vittime.