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Benedetti giornalisti. Fb e lo strano caso del pezzo sparito

Benedetti giornalisti. Fb e lo strano caso del pezzo sparito

fb    di ANTONIO CALABRÒ

- Ciò che è accaduto al pezzo di Tiziana Calabrò sulla ragazza ridotta in fin di vita a cltellate dal suo ex è esemplare: riguarda l’informazione sul web, l’approccio alle notizie, il metodo di apprendimento della realtà, la totale demenza degli ammalati di “superiorità morale”, il naufragio dell’illusione che “la rete” corrisponda a conoscenza e libertà.

La brava scrittrice e blogger, che giornalista non è ma che collabora attivamente a Zoomsud con articoli tanto letti da suscitare l’invidia biliosa di chi si proclama tale solo in virtù di un riconoscimento giuridico-formale, aveva scritto un commento alla notizia terribile di un fatto di sangue successo in provincia. Lo aveva fatto col suo solito modo arguto, con prosa che si legge d’un fiato, con la potenza di una ragione incontestabile. Smentendo le cronache becere e banali che oggi imperano: quelle fatte a colpi di titoli ad effetto; quelle del luogo comune e dello stramaledetto “tag”; quelle di cui, il fatto lo dimostra, si nutre il “popolo del web”.

Il titolo, elaborato da un giornalista vero e di lungo corso, riassumeva in una locuzione forte, ma comune ed efficace, la polemica con l’informazione malata: “Maledetti giornalisti”, che, leggendo l’articolo, si capiva immediatamente esprimeva soltanto la dura reprimenda verso un metodo, e non certo verso una categoria professionale che tra l’altro è seconda cugina di chi della scrittura si occupa con altri fini, come la stessa Calabrò, come me o come tanti altri impegnati nell’avventura di ZoomSud.

Il titolo è stato “segnalato” e il social network principale ha provveduto a toglierlo di mezzo. Si dovrebbe reagire con una risata ciclopica ai fatterelli meschini come questo. Però è il caso di cercare di capire. E ciò che emerge non è affatto rassicurante.

L’articolo non è stato letto. Accade spesso, più di quanto pensiamo. Si legge solo il titolo e si tirano le conclusioni. Spopolano sul web fantastici siti che giocano su questa faciloneria e superficialità. Titolo ad effetto e gioco a chi la spara più grossa. E la gente ci crede. “Trovato il terzo bronzo di Riace”. “Abbattuta una scia chimica in Medio Oriente”. “Avvistati gli UFO al Gebbione o a Catanzaro Marina”. Un gioco di società, una cialtronata in stile Alto Gradimento, per misurare il grado di ingenuità di chi legge. Che è alto. La dimostrazione pratica che ogni cosa “sparata” in rete può diventare verbo.

Il titolo ha dato fastidio a qualche testa di legno che sui titoli costruisce cultura. Quelli che hanno ottenuto il ruolo a prezzo di decine di comunicati stampa anonimi, qualche resoconto sulle partite della Pro-qualcosa-di-periferia, dei frammenti di comunicati sulla Sagra del fungo fritto, dei commenti sulle dichiarazioni del portaborse del portavoce del vice sostituto assessore alle panchine comunali. Insomma, quei personaggi di contorno dei romanzi, che servono solo a colorare il brodo. Perché i veri giornalisti, quelli che leggono i pezzi, quelli che riempiono di contenuti i servizi, quelli che non fanno il copia e incolla sono ormai sempre meno.

E, cosa ancora più grave, dalla Calabria se ne vanno. Se vanno per asfissia. Per non crepare consumati da questo sistema di caste e di bugie. Se ne vanno perché la libertà è un optional. Se ne vanno perché sanno che la vera informazione non è prima di tutto quella che ci fa apparire peggiori di ciò che siamo. Emigrano, lasciano il gioco sporco, perché il tavolo è in mano a tanti bari che poi si offendono di fronte ad una qualsiasi critica. Perché loro lo sanno, certo che lo sanno, che il loro è solo un castello di carte alzato in mancanza di altro per tentare carriere e afferrare prebende (anche prebendine) e che basta un soffio di vento a spazzarlo via.

Benedetti giornalisti, figli di questa terra legnosa ed arida, invidiosa e reazionaria, che sperpera talenti e costringe alla fuga, il Web è la vostra nuova frontiera ed lettori sono sempre più considerati mandria di bufali, buoni solo a cedere la pelliccia, schiavi della fretta e della superficialità, condannati, loro davvero, ad essere maledetti dal tempo e dalla storia.